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Porti, discutiamone ma non prendiamo esempio dalla Grecia. La versione di Misiani
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Gioia Tauro, Trieste, Bari, Genova, Livorno, La Spezia sono i grandi porti italiani su cui si sta aprendo un ampio e largo dibattito alla voce privatizzazioni, non fosse altro perché la questione è legata a doppia mandata alla geopolitica e alle mire dei super player esterni che guardano al Mediterraneo come terreno di sfida all’Ue (soprattutto in un momento in cui guerre commerciali e bassa produttività potrebbero preannunciare un futuro di crescita lenta). Il tema è stato lanciato al Meeting di Rimini dal numero uno di Forza Italia, Antonio Tajani, anche al fine di ridurre il debito pubblico, ma il leader della Lega nonché ministro dei Trasporti Matteo Salvini ha espresso i suoi dubbi (“non è nell’agenda del governo”).
 
“Noi riteniamo che sia una proposta sbagliata da respingere – dice a Formiche.net il senatore Antonio Misiani, responsabile Economia e Finanze, Imprese e Infrastrutture del Partito democratico -. Le attività portuali sono già attribuite in concessione a privati. Ci sono autorità di sistema che svolgono la funzione di regolatori e la svolgono con efficacia. Il sistema è cresciuto in modo importante con tale riparto delle competenze: noi riteniamo che soluzioni diverse siano sbagliate. Ancora non si comprende quale beneficio può portare una ulteriore accentuazione del ruolo dei privati: abbiamo presentato una risoluzione alla Camera dei deputati nella Commissione competente, ma quella di Tajani ci sembra una forzatura che va nella direzione sbagliata”.
 
Qualora questa proposta dovesse trovare concretezza, potrebbe essere una buona idea se gli investitori saranno occidentali?
 
“Come facciamo a discriminare tra investitori occidentali e non – commenta il senatore dem – nel momento in cui si va verso la privatizzazione? Non penso che abbiamo strumenti per evitare che i cinesi piuttosto che indonesiani o investitori di qualunque altra parte del mondo vengano e comprino pezzi del nostro sistema portuale, come è successo in Grecia quando il Pireo venne venduto a Cosco Cina. In un mercato dominato da pochi grandi player che ragionano con logiche oligopolistiche, io credo che l’esempio della Grecia non sia un modello da seguire. Anche il ministro Salvini si è espresso in senso contrario alla proposta del ministro Tajani, quindi sarebbe utile che prima la maggioranza si mettesse d’accordo per definire un indirizzo comune. Noi siamo disponibili a discutere di eventuale aggiornamento della normativa in materia ma non nella direzione di una privatizzazione del sistema portuale”.
 
La risoluzione dem
 
La risoluzione del PD sostiene che la portualità è un anello importante della filiera logistica moderna: sono oltre 200 miliardi di euro derivanti dall’import e dall’export che passano attraverso i porti italiani ed è il 25% del valore del trasporto marittimo mondiale, in un Mediterraneo che, strategicamente, è tornato al centro dell’attenzione geoeconomica e dell’importanza dell’economia. Inoltre, si legge, “anche tenendo conto degli effetti del cambiamento climatico sulla rotta artica, esperti del settore ed analisti ritengono che il ruolo strategico del Mar Mediterraneo resterà confermato nel futuro, anche in funzione del previsto sviluppo, peraltro già in corso, del continente africano”.
 
L’Italia è il secondo paese europeo, dopo i Paesi Bassi, per la movimentazione di merci via mare e seconda solo al Regno Unito per il trasporto marittimo a corto raggio (IT&IA, 2021), per cui sostiene il PD “la principale sfida del sistema portuale e logistico nazionale è quella di farsi trovare pronto a rispondere alle evoluzioni tecnologiche, geopolitiche e climatiche che caratterizzeranno il commercio internazionali e il settore nei prossimi anni”, grazie alla strategia “sistemica” basata su tre pilastri: pianificazione, riforme e investimenti, a seguito dell’adozione, con decreto del presidente del Consiglio dei ministri del 26 agosto 2015, del Piano strategico nazionale della portualità e della logistica (PNSPL).

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