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La Rai ridotta a megafono del governo, oltre i limiti della decenza

Il nuovo capitolo di TeleMeloni è lo stravolgimento delle regole sull’informazione per la campagna elettorale delle europee. Lo mette a punto Francesco Filini, il deputato di maggior fiducia del plenipotenziario della comunicazione di Palazzo Chigi e di Fratelli d’Italia Fazzolari. Un nome, una garanzia. Il pacchetto di modifiche al regolamento presentato da Filini arriva al voto in Commissione vigilanza Rai nelle prossime ore, ed è talmente smaccato che persino Forza Italia, capitanata in Vigilanza dall’ex ministro delle Comunicazioni Maurizio Gasparri, non ha aderito.

Sostanzialmente, Filini vuole introdurre una zona franca per  per i rappresentanti di governo che intervengono su temi inerenti all’esclusivo esercizio delle funzioni istituzionali”, e nei programmi di approfondimento chiede che sia garantita “una puntuale informazione sulle attività istituzionali e informative”. Ovvero, un libera tutti alla propaganda di governo sulle magnifiche attività e gli stupefacenti risultati dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni. D’accordo la Lega e i Moderati, non, come dicevamo, Forza Italia, che chiede di circoscrivere la fattispecie. Bontà loro.

Emendamenti semplicemente inammissibili, da respingere, per il Partito democratico, e le altre opposizioni. “Non solo hanno sei reti televisive che fanno riferimento al governo, poi hanno giornali, occupano le istituzioni culturali del nostro Paese, adesso provano a calpestare anche le regole di correttezza e di terzietà che si approvano alla vigilia delle competizioni elettorali”, commenta il responsabile Informazione del Partito democratico, Sandro Ruotolo.

“A 24 ore dal voto nella commissione parlamentare di vigilanza che deve approvare la par condicio, Fdi ha presentato un pacchetto di modiche al regolamento mettendo in discussione la parità di trattamento tra le forze politiche, concedendo ai rappresentanti del governo un surplus di presenze se intervengono a magnificare il loro lavoro istituzionale”, ha dichiarato Ruotolo. “Ancora una volta – ha continuato – siamo costretti, come Partito Democratico, ad alzare la voce contro l’occupazione dei media e l’attacco all’informazione libera. Neanche ai tempi dell’editto bulgaro era così evidente, come lo è oggi, l’anomalia italiana. Siamo di fronte ad una vera e propria emergenza democratica”.

 

Questo mentre il Tg1 delle 20 di sabato, seguito dal Tg2, con due guerre in corso, decide di dedicare l’apertura a delegittimare e attaccare il Parito democratico. “Siamo ben oltre la strumentalizzazione, siamo alla disinformazione di regime: il tg della principale rete pubblica orchestra una campagna contro il Pd a due mesi dalle elezioni costruita su vicende locali decontestualizzate e senza alcun contraddittorio”, denuncia Marina Sereni, della segreteria nazionale del Pd.

“Il TG1 è servizio pubblico, non megafono della destra di governo”, ribatte Alessandro Zan. “È vergognoso ciò che è andato in onda con servizi di apertura senza contraddittorio e con un atteggiamento squadrista verso il Pd, mentre si tace sugli scandali dei vari esponenti del governo”.

Nel frattempo, aspettiamo novità sulla ventilata cessione della seconda agenzia giornalistica italiana, l’Agi, di proprietà Eni e controllata dal Ministero dell’Economia, ad Antonio Angelucci, parlamentare leghista, recordman di assenze, imprenditore, editore di Libero, Il Tempo, Il Giornale, destinatario di finanziamenti pubblici. Il Ministro Giorgetti, dello stesso partito, audito alla Camera, sembrava non avesse nulla da eccepire, e non avere neanche le idee proprio chiarissime. Il pluralismo, la democrazia, il diritto all’informazione libera continuano a essere temi non pervenuti nell’agenda di governo. È il modello Orbàn, che vuole l’informazione megafono del potere? Quello che tanto piace alla destra, e a Giorgia Meloni.

 

 

 

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