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Stefano Massini: “Educare è partire da ciò che sta dentro l’anima e tirarlo fuori”
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Stefano Massini, scrittore, drammaturgo, uomo di teatro, raccontatore di storie, dalle grandi come la vicenda Lehman Brothers, che le ha valso – unico italiano a ottenerlo – il Tony Award, l’Oscar del teatro, fino a quelle più piccole e dimenticate. Cosa rende una storia meritevole di essere raccontata?

La sua necessità. Nel senso che il racconto non è mai un racconto fine a se stesso. È un po’ come quando si parla dei sogni. I sogni, ci dice Freud, hanno la caratteristica di essere sempre il contrario di quello che noi generalmente pensiamo dei sogni. Cioè essere fondamentalmente senza senso, essere delle perdite di tempo, delle immagini di libertà. Così si pensa molto spesso anche delle storie, che le storie siano delle piacevoli forme di intrattenimento, mentre l’intrattenimento non c’entra assolutamente niente. Le storie hanno forza solo quando sono veramente necessarie, cioè quando insegnano delle forme nuove, danno delle forme nuove per leggere la realtà. Attraverso la memoria, perché ogni storia poi è una forma di memoria. Noi abbiamo delle forme nuove, ulteriori per leggere la realtà e noi stessi dentro la realtà. In altre parole, le storie sono sempre qualcosa che migliora chi le ascolta e chi le racconta, perché man mano che racconti una storia, nel rapporto con gli altri, nella reazione degli altri, scopri qualcosa che non immaginavi.

Le storie intrecciano inevitabilmente la Storia quella con la s maiuscola, e a volte, o spesso, la raccontano a loro volta, ne danno una versione diversa da quella ufficiale. Per farlo servono gli studiosi, certo, ma per raggiungere le persone servono gli artisti. Come si riesce ad arrivare alle persone, e ha senso oggi parlare di arte popolare, che sappia emozionare e muovere le persone?

Non soltanto ha senso parlarne, ma è fondamentale farlo. Molti dei danni, dei problemi che abbiamo intorno derivano proprio fondamentalmente da una forma di snobismo e di disinteresse, perché lo snobismo è sempre un disinteresse nei confronti di coloro da cui non si vuole essere capiti. La cultura sotto questo punto di vista ha fatto certe volte delle catastrofi, nel senso che quando la cultura si erge esclusivamente a vetrina di un talento o semplicemente a manifestazione o ostentazione di un talento o presunto tale, che però deve essere un talento esoterico, cioè che mira a non essere capito da tutti perché percepirebbe l’essere capito da tutti come una forma di compromesso e quindi ne fuggirebbe a gambe levate, beh tutto questo ha creato degli spazi giganteschi di antidemocrazia. La democrazia si ottiene nel momento in cui cerchi di arrivare a tutti quanti, cerchi non di concepire questo come un compromesso al ribasso, ma come una forma di incontro, perché non sei soltanto tu il depositario di una verità con la V maiuscola, di una cultura con la C maiuscola – Dio ci guardi dalla cultura con la C maiuscola – ma siamo tutti quanti, anche le persone che ti ascoltano, depositarie di qualcosa che ti può migliorare, che ti può portare a essere più in sintonia con te stesso e con gli altri. Quindi assolutamente è fondamentale un’arte popolare. Solo che questo è un paese, ahimè, in cui sotto questo punto di vista ci sono dei grossi problemi, ricordiamolo, questo è il paese in cui l’aggettivo ‘volgare’ non indica soltanto la lingua dalla quale Dante Alighieri trasse l’italiano, la parola volgare indica anche qualcosa che è profondamente abietto, qualcosa che è grezzo nel senso più inaccettabile del termine e questo già si fa capire il modo in cui il ‘volgo’ sia stato veramente molte volte preso a schiaffi.

Qualche giorno fa, su La Repubblica, lei ha sottolineato come il minuto di silenzio da circolare ministeriale per il femminicidio di Giulia Cecchettin sia stato sovvertito, in molte scuole, in rumore assordante. Molti di quei rumoristi erano in piazza il 25 novembre, per manifestare in così tante e tanti come non ci si immaginava nemmeno. Quanto è importante la fine del silenzio?

Non è solo importante, è fondamentale. Come ho scritto su Repubblica, qua noi stiamo parlando di qualcosa che nasce proprio da un silenzio troppe volte tollerato. Qua si ha a che fare con qualcosa che si forma dentro le sacche di omertà, di silenzio troppe volte protratto. Ecco perché in questo caso secondo me la richiesta del minuto di silenzio era veramente inammissibile, non soltanto perché il femminicidio nasce proprio dal silenzio, ma anche perché, siamo onesti, questo minuto di silenzio poi alla fine è veramente totalmente del tutto privo di qualunque radicamento dentro il nostro tempo. Oggi tutto quanto avviene su internet e internet è un grande luogo di grida, di urla, è lì che c’è il rumore. Per cui il minuto di silenzio avrebbe un senso se fosse un minuto di silenzio su internet e sui social. È inutile che stiamo zitti non emettendo decibel e poi continuiamo a gridare sui social, magari accapigliandoci esattamente in quel minuto in cui stiamo zitti. Non ha evidentemente alcun senso. Ben venga che c’è una rivoluzione del rumore, una rivoluzione del rumore che sia però un rumore consapevole. Un rumore che fine a se stesso non porta a niente. Un rumore costruttivo, un rumore di identità e un rumore soprattutto di protesta, di resistenza avrebbe profondamente senso.

Da lunedì 27 novembre anche lei, in compagnia di Viola Ardone, scrittrice e insegnante, ha iniziato un corso di “educazione sentimentale”: a chi è rivolto e da cosa partono le vostre riflessioni?

È una provocazione. Con Repubblica abbiamo deciso che non fosse il caso di continuare a chiedere delle cose, a perorare la causa di ottenere un’attenzione da parte delle scuole su certi temi e poi non fare niente di concreto in prima persona. Per cui abbiamo pensato a tempo di record di provare a fare un gesto che è un gesto simbolico, lungi dall’essere risolutivo, ma è un gesto che serve a sollevare un’onda di attenzione su questo elemento. So che sono già tantissimi che hanno scaricato questo clip video, si tratta semplicemente di alcune brevi non risolutive, perché fondamentalmente simboliche, lezioni di un quarto d’ora l’uno su determinati temi inerenti all’educazione affettiva, sentimentale ed emotiva. Si spera che questo serva in qualche modo a far capire che di questi temi c’è bisogno e che sono i grandi assenti all’interno di una scuola che sempre di più concepisce – ahimè lo dico da ex insegnante – l’educazione come una forma in realtà di ammaestramento o di addomesticamento. L’educazione è un’altra cosa: è partire da quello che sta dentro l’anima di chi ti ascolta e educare, cioè tirare fuori. Questo molte volte non accade. Ci sono dei temi, come i temi dell’educazione sentimentale di cui stiamo parlando, che sono essenziali per la formazione dell’individuo.

Per quanto riguarda la scuola, le storie e la storia: si parla tanto di educazione all’affettività e alla sessualità, ma forse si fa ancora molto poco per raccontare una storia diversa, quella scritta dalle donne, che si affacciano sempre molto sporadiche nei programmi ministeriali. 

È una cosa scandalosa, nel senso che mancano completamente tutte le poetesse, le scrittrici, non esiste una filosofa donna a parte Hannah Arendt e poche altre che mi vengono in mente. Non esistono pittrici se non Artemisia Gentileschi, veramente si contano sulle dita di mezza mano. Non esistono scienziate, se non Marie Curie o pochissime altre. I compositori che noi studiamo sono Mozart, Bach, Beethoven, Puccini, Verdi, sfido a dire il nome di una donna. Questo è un grande tema, il tema del cambiamento proprio di come viene insegnata la storia e anche come viene insegnata la storia della letteratura, la storia dell’arte, la storia della musica. Questo ti fa capire quanto sia di parte la narrazione che accettiamo.

Ogni giovedì il suo intervento a Piazza Pulita accende un riflettore non convenzionale su temi che spesso si cerca di eludere, e lo fa all’interno di un talk politico di una tv generalista in profonda crisi. Come si rianima l’offerta televisiva ed è una partita che vale la pena giocare?

Sì, io di questo sono molto convinto. La televisione è uno strumento fenomenale, uno strumento che permette anche un dibattito. Sto parlando del fatto che io a volte incontro persone per strada e mi dicono ‘guardi ho visto che lei ieri sera ha raccontato questo, le volevo dire come la penso anche io’ e molte volte nascono dei dialoghi molto civili, molto belli, molto importanti, improntati anche al dissenso, perché no? La televisione ci permette veramente di suscitare un dibattito, di dare degli elementi, di raccontare nel mio caso delle storie. Io ho varcato da pochissimo tempo la soglia delle duecento puntate della mia partecipazione al Piazza Pulita. Sono una cosa enorme duecento giovedì in cui ti presenti d’accordo a raccontare una storia, è veramente qualcosa di incredibile in cui tu hai un bagaglio enorme di responsabilità. Trovo ragazzi che mi dicono che hanno condiviso i miei racconti in classe con gli altri ragazzi, addirittura mi hanno scritto carcerati, mi hanno scritto veramente le persone più inaspettate, diverse. Tutto questo è un grande esempio di come la televisione possa davvero servire a portare storie nelle vite delle persone, e non soltanto storie, con le storie idee, e con le idee prospettive.

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