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Zingaretti: “Il Pd è nato per essere la casa dei riformisti, unito ma plurale”
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C’è una terza via tra la spinta autonomista del Lombardo-Veneto e il niet opposto dal governo nazionale.
Come pure tra la politica muscolare del Pd renziano e l’arroccamento antirenziano di D’Alema. È il percorso «costruito con fatica nei cinque anni di governo regionale», rivendica Nicola Zingaretti, elencando i risultati della sua amministrazione. A partire, anche, dalla legge elettorale: varata all’unanimità, senza forzature. A differenza di quanto accaduto in Parlamento.

Presidente, tutti gli indicatori economici dicono che negli ultimi anni la “sua” Regione è cresciuta. Anche a lei è venuta voglia di secessione?
«Al contrario. Noi siamo la prova che se le istituzioni smettono di farsi la guerra e lavorano insieme ci guadagnano i cittadini. Un esempio. Alcune ricette che abbiamo attuato, grazie alla collaborazione con lo Stato, ci hanno portato a essere la prima regione italiana per incremento dell’export: 30% di aumento negli ultimi cinque anni».

Ma Maroni e Zaia pensano il contrario, che senza lo Stato Lombardia e Veneto sarebbero ben più ricche e felici.
«È un’illusione ottica. Io credo che per essere più forti non ci si debba dividere, ma eliminare le sovrapposizioni burocratiche, i conflitti di competenza, e poi cooperare. Se vogliamo essere competitivi con la Cina, la Russia e i Paesi arabi noi abbiamo bisogno degli Stati uniti d’Europa, dunque di uno stato coeso ed efficiente, dentro cui regioni in salute come ora è il Lazio si candidano ad essere leader nelle buone pratiche di governo. Ma arrivare fin qui, per noi, non è stato facile».

Perché?
«I nostri concittadini in questi cinque anni hanno dovuto affrontare una crisi durissima, aggravata dal fatto che il Lazio partiva da una situazione peggiore che nel resto d’Italia. Cito tre casi: eravamo commissariati sulla sanità, con centinaia di milioni di disavanzo ogni anno e il blocco delle assunzioni; il 70% dei rifiuti era interrato tal quale, cioè solo triturato; eravamo falliti. La Corte dei Conti scrisse: il Lazio è in stato d’insolvenza finanziaria».

In questo quadro, però, far peggio sarebbe stato difficile.
«È stato tutt’altro che semplice, le assicuro. Oggi però i conti nella sanità sono finalmente in pareggio e abbiamo ripreso le assunzioni per garantire la qualità dei servizi; i tempi di pagamento riconosciuti dal Mef – 27 giorni – sono una delle migliori performance italiane; l’83% dei treni per i pendolari sono nuovi e abbiamo comprato 500 nuovi pullman del Cotral. Tutti motivi per ritrovare l’orgoglio di appartenere a questa comunità».

Sembra uno spot, allora ci dica pure chi deve ringraziare.
«Intanto i cittadini, che hanno resistito. E poi la mia maggioranza, perché nei 5 anni più drammatici della storia del centrosinistra nazionale, una storia di frammentazione, di divisioni, di scissioni, non solo nel Pd ma anche dentro Sel, noi abbiamo governato cambiando moltissimo senza l’ombra di una polemica. Ha sempre prevalso il noi come valore assoluto, invece dell’io. A tutti loro dico: ora il Lazio è più forte».

Lei correrà con una coalizione larga, che però a livello nazionale fatica a intravedersi: la coincidenza tra politiche e regionali può comprometterla?
«Non è un mistero che io ritenga indispensabile rifondare a tutti i livelli un nuovo centrosinistra: che non vuol dire rimettere insieme i cocci del passato o scimmiottare formule, anche importanti, ma che appartengono ad altri periodi storici. Significa aprirsi. E garantire il protagonismo di tante esperienze civiche, sociali, associative, dei territori e dei sindaci, che il Pd o un singolo partito da solo non può rappresentare. Noi nel Lazio vogliamo costruire una grande alleanza per vincere e per evitare di tornare indietro».

Ma sulle alleanze Renzi non la pensa così.
«E noto che ho idee diverse».

Lei pure sulla legge elettorale ha marcato la discontinuità.
«La mia discontinuità è innanzitutto con la storia regionale degli ultimi 20 anni. Siamo stati i primi a mettere nel programma l’abolizione del listino dei nominati e poi a farla. Anche se a un certo punto avremmo voluto conservarne una quota, per garantire l’ingresso a personalità esterne ai partiti. Ma capito che non c’era condivisione, siamo tornati all’idea originaria. Le regole del gioco si scrivono tutti insieme».

È il motivo per cui il presidente Grasso è uscito dal Pd.
«Un dolore immenso, che mi ha creato smarrimento. Concordo con Veltroni: il Pd è nato per essere la casa dei riformisti, uniti ma plurale. Così rischiamo di andare da un’altra parte».

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