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Veltroni: «Solo l’innovazione batte il populismo»
V

Walter Veltroni, ora che Francia sarà la Francia di Macron?
 
«Innanzitutto questa vittoria è una gran bella notizia. Per la Francia e per l’Europa. Ha vinto l’idea di una società aperta e non il progetto cupo della Le Pen. E interessante notare e apprezzare come un giovane di talento di 39 anni, avendo messo in piedi un movimento in solo un anno, sia riuscito a interpretare un bisogno di novità e di cambiamento».

 

E adesso?

«Bisognerà vedere le condizioni di governabilità che usciranno dal voto legislativo di giugno. Certo è che il panorama politico francese è assolutamente sconvolto dal fatto che nessuno dei due partiti storici della Quinta Repubblica sia arrivato al ballottaggio. Io immagino ora una Francia molto determinata sul piano europeo e con un profilo di riformismo. Però, allo stesso tempo, questa Francia deve stare attenta a non cadere nella trappola di un nuovo asse franco-tedesco».

 

Che escluderebbe l’Italia e non farebbe bene all’Europa?

«L’Europa si rilancia soltanto se c’è la convergenza degli europeisti dinamici. Cioè di quelli che capiscono che il nostro continente è un aereo installo, che rischia di precipitare».

 

Qual è il profilo politico-culturale di Macron, secondo lei? Mica lo definirebbe un veltroniano…

«No, nel senso che io vengo da una storia e da una cultura di sinistra riformista. Naturalmente quella sinistra inclusiva e non minoritaria, che è stata il segno della mia vita. Macron ha un’altra storia, certamente rispettabile».

 

È un liberale?

«È una persona che ha deciso di rompere con il partito socialista, anche cogliendo tutte le debolezze dei socialisti e costruendo un movimento che si colloca in un ambito di innovazione progressista. Il vero imprinting di Macron è l’europeismo e una innovazione che abbia un segno sociale».

 

Le Pen sconfitta, pericolo scampato magari anche in altri Paesi come il nostro?

«Io ci andrei cauto. Se uno osserva dall’alto, e non dal basso della zuffa quotidiana, c’è da rimanere molto inquieti per la situazione della democrazia e della governabilità nel nostro continente. E nella stessa Francia, starei attento ad evitare la legittima e semplice soddisfazione per la vittoria di Macron».

 

Perché?

«Perché al primo turno il 40 per cento dei francesi si è schierata contro l’Europa, come mai è avvenuto prima. E il secondo turno non è finito come nel 2002. Quando Chirac ha battuto Le Pen padre per 80 a 20».

 

Anche l’Italia è parte di questa situazione che lei giudica allarmante? «Il nostro Paese è a sua volta dentro questo rischio di instabilità e di ingovernabilità, in assenza di una legge elettorale che garantisca ciò di cui abbiamo più bisogno. Cioè la stabilità di governo per cambiare».

 

La formula vincente di Macron non dimostra che la dicotomia tra destra e sinistra è superata?

«Sono superate, e noi ce ne siamo accorti quando abbiamo fondato il Pd, le vecchie identità novecentesche. Ma non la differenza tra destra e sinistra. Ciò che sta facendo Trump ci ricorda l’esistenza di questa distinzione, che va declinata in termini moderni ma permane».

 

Macron è di sinistra?

«No. È un esperimento politico originale. Che si colloca in un Paese nel quale è avvenuta drammaticamente la crisi della sinistra del XX secolo. Quando facemmo il Pd, fui molto criticato da chi sosteneva che bisognava fare un partito socialdemocratico. Se uno guarda alle situazioni dei socialisti francesi e di quelli spagnoli e alla crisi dei laburisti inglesi, capisce che per una volta l’originalità e la modernità della sinistra italiana ha consentito di fare una scelta anticipatrice».

 

La Francia dimostra che il populismo si può battere?

«Sì, innanzitutto con l’innovazione».

 

Cioè con un’offerta politica nuova?

«Sì e insieme bisogna recuperare un rapporto con il popolo. E con il suo disagio, con le sue paure, con la sua disperazione, che è il prodotto della più lunga recessione che la storia contemporanea abbia conosciuto. C’è un altro fattore che la sinistra stenta a valutare. Il fatto che la impetuosa rivoluzione tecnologica in corso, capace di cambiare tutti i parametri dell’esistenza individuale e collettiva, riduce il lavoro invece di aumentarlo. Al contrario di ciò che hanno fatto tutte le rivoluzioni industriali dei secoli scorsi».

 

Il successo di Macron non dice anche un’altra cosa: cioè che le elezioni si vincono anche senza avere un partito?

«Quelle vinte da Macron sono elezioni presidenziali. Quelle politiche sono qualcosa di più complicato. I partiti non sono una parolaccia, a condizione che siano ciò che la democrazia prevede. Ossia una comunità di persone riunite dai medesimi valori, ideali e programmi. E non una banda di persone che hanno a cuore il potere come fine esclusivo e che praticano la corruzione e le clientele. Macron si farà un partito. Naturalmente, i partiti moderni non possono essere come quelli del ‘900 ma nemmeno puri comitati elettorali».

 

Con Macron ha vinto l’europeismo. E adesso, che cosa deve fare l’Europa per rilanciarsi?

«Le sfide sono due. Una è quella di completare l’integrazione istituzionale. Verso un modello di Stati Uniti d’Europa. Ma la sua ossessione principale deve essere il lavoro. Perché questo è il punto della crisi sistemica. Non solo dell’assetto sociale dell’Europa, ma perfino della democrazia nel nostro continente. Una società senza lavoro e una società nella quale la democrazia può correre dei rischi molto profondi. Nella storia è sempre andata così. Quando si sono saldate recessione economica, crisi delle istituzioni e dei partiti e grandi mutazioni antropologiche, come quella in corso nel nostro tempo, la libertà di tutti è sempre stata messa in discussione. E’ cresciuto l’odio e gli avversari politici sono diventati nemici».

 

L’ha colpita la vicenda dello spionaggio informatico ai danni di Macron, nelle ultime ore di campagna elettorale?

«Mi ha impressionato molto. Ma non mi ha stupito. Perché ormai, purtroppo, questo tipo di attacchi sono una costante di quasi tutte le elezioni che si sono svolte ultimamente. C’è stata un’aria inquietante che ha attraversato le elezioni americane e anche il voto francese. Un’aria che non ha soffiato solo nella politica ma nell’intera società. L’odio e le false verità rischiano di avvelenare nel complesso la vita pubblica. E di farci perdere ciò di cui la democrazia ha più bisogno. E cioè il dubbio e la curiosità per le idee degli altri».

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