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Di proroga in proroga: tutti i rischi della nuova riforma sui ricercatori universitari

di Mauro Tulli

Approdata in Gazzetta nel giugno del 2022 dopo un lungo dibattito fra il Parlamento, il Ministero di Fioramonti, di Manfredi, di Cristina Messa, la CRUI e l’ANVUR, la Legge 79 indica le strutture portanti per un buon riordino del sistema universitario, che oggi è indispensabile per il rilancio della ricerca e della formazione pubblica nel nostro Paese. Un periodo non breve, 14 anni percorsi da innovazioni radicali, ci separa dalla Legge 240, dalla Legge Gelmini, che rispondeva, sotto il segno della propagandata modernizzazione, ai bisogni di un periodo critico per l’economia. E’ inevitabile interpretare in questa direzione la codificazione del precariato, estremamente negativo per la stabilità della ricerca e per il futuro dei giovani. Proprio al fenomeno del precariato la Legge 79 intende porre un argine, sia con la creazione di un ruolo in tenure track garantito e flessibile, sia con l’abolizione degli assegni di ricerca e degli RTD di tipo A, le figure forse più esposte ai capricci del precariato, ancorate per tre anni e non più di cinque ai progetti di ricerca.

Il PNRR ha generato un grande flusso di risorse dal carattere transitorio e un veloce calcolo indica la moltiplicazione del precariato che ne deriva: circa 15.000 titolari di assegni di ricerca, cifra che di giorno in giorno cresce con bandi per la gestione dei PRIN, e circa 10.000 RTD di tipo A, cifra che di giorno in giorno cresce per la gestione dei partenariati. Per non dire dei circa 20.000 contratti di lavoro spesso indispensabili per la gestione della didattica, umilianti sul piano retributivo e accesi nella speranza per lo più illusoria di un reclutamento. Ma le necessità delle singole sedi vedono assorbiti dalla didattica molti titolari di assegni di ricerca e la tutela degli RTD di tipo A, che vuole un limite di non oltre 60 ore nella didattica, è spesso disattesa.

Un panorama senza dubbio allarmante, che il Ministero affronta oggi escogitando rimedi sul momento, lontani da un programma politico di buon respiro. Il più elementare dei rimedi sul momento è la proroga: la Legge 79 la indica già di tre anni per l’uscita di bandi da RTD di tipo A e di sei mesi per l’uscita di bandi per assegni di ricerca, consentita ora, per il Decreto Legge 71, non oltre il 31 dicembre 2024. Un ostinato rilancio del precariato, che sembra indispensabile per colmare le lacune del sistema universitario, pur con palese danno dei giovani che rischiano di perdere l’entusiasmo sul quale poggia la ricerca. Ma non basta. Il Ministero, dopo la riflessione di un gruppo di lavoro istituito per iniziativa di Anna Maria Bernini, annuncia la creazione di sei figure: un ossequio falso ai bisogni della ricerca che ha lo scopo vero di tamponare senza reclutamento la carenza sempre più drammatica dei docenti con pieno titolo che oggi dovrebbero assicurare la ricchezza della formazione pubblica.

Delle sei figure, la prima non è che la soluzione delineata dalla Legge 79 per il periodo di post Dottorato: il contratto di ricerca, un rapporto di lavoro con ben precise funzioni, garantito da dignità sul piano retributivo e da ogni tipo di copertura sociale, per un massimo di quattro anni. La seconda è disciplinata da un contratto di post Dottorato che sembra sommarsi al contratto di ricerca per un massimo di tre anni. Seguono l’assistente alla ricerca senjor (sic!), per un massimo di tre anni, un periodo conciliabile con il Dottorato che consentirebbe di valutare “attitudini e passioni” per la ricerca, e l’assistente alla ricerca junior (sic!), per un massimo di tre anni, con il conferimento diretto, se il finanziamento è dall’esterno. Per la quinta, lo schema oggi diffuso registra il nome di “professore aggiunto”: lo scopo sembra qui favorire la mobilità, con il conferimento diretto e piena libertà sul piano retributivo. Al termine del variegato panorama, il contratto per studenti, assimilabile, per le funzioni descritte, al titolo di cultore della materia.

Dalla moltiplicazione delle figure deriva il pericolo di scardinare l’equilibrio nazionale del sistema universitario dissipando le risorse con le scelte delle singole sedi. Ma emerge proprio qui l’obiettivo di tante forze che operano nel sistema universitario in stretto contatto con le ragioni del privato, del mercato, di tante forze che non riconoscono il valore centrale della formazione pubblica. Certo non sorprende il tentativo di evitare meccanismi condivisi di selezione legati al merito con il conferimento diretto, con procedure che sfuggono ai criteri di trasparenza e di pari opportunità che dovrebbero distinguere l’organizzazione democratica del sistema universitario. E’ del resto inevitabile osservare, fra le funzioni delle sei figure, la didattica, vero nucleo del problema per un Ministero che annuncia ora un finanziamento inferiore al finanziamento erogato per il 2023, per la prima volta inferiore dopo il taglio sancito da Tremonti con il quarto governo Berlusconi. Ma non è questa la soluzione, non ha senso colmare le lacune da carenza di risorse gettando in aula giovani destinati al duro esercizio critico.

La soluzione per il periodo di post Dottorato è il rispetto della Legge 79, approvata, giova forse ricordarlo, con parere unanime del Parlamento. Un rispetto che, per il contratto di ricerca, non esclude minimi emendamenti, senza mutarne le caratteristiche sul piano del diritto. E’ necessario ad esempio eliminare il vincolo di spesa degli ultimi tre anni e modulare sia la durata sia il costo del contratto di ricerca in base al compito fissato dai progetti. Senza dubbio il rispetto della Legge 79 richiede un buon flusso di risorse. Per il contratto di ricerca è indispensabile la creazione di un fondo, in riequilibrio con le tante voci che il Ministero, con il decreto sul riparto del finanziamento, indica nel segno della premialità e dell’eccellenza. Un buon flusso di risorse per adeguare il finanziamento del sistema universitario ai livelli europei, di gran lunga più alti, se calcolati con il parametro del PIL. In questa direzione dovrebbero muoversi le forze che operano per il progresso del sistema universitario, insieme, al riparo da ogni demarcazione fra docenti, che vedono sempre più in pericolo lo sviluppo e la trasmissione dei saperi, e giovani, che ci offrono il futuro pur fra le ombre del precariato.

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