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Poletti: “Abbiamo costruito un nuovo dialogo sociale”
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Il lavoro cambia, si innova, si trasforma: vecchi strappi si ricuciono, vecchie strutture ministeriali si rifondano, alcune nascono ex novo. Parte da qui la chiacchierata nello studio del ministro Giuliano Poletti, stretto tra una conferenza stampa e un’iniziativa sul Referendum, all’indomani della firma di due importanti contratti collettivi: metalmeccanici e pubblico impiego. «Milioni di lavoratori oggi hanno un nuovo contratto, e non è poco – dichiara – Un buon risultato che va verso un tema molto caro a questo governo: la collaborazione per la competitività. Che vuol dire assunzione del valore positivo dell’impresa. Da noi ci sono troppi residui dell’idea che l’impresa sia solo luogo dello sfruttamento del lavoro, mentre rappresenta una infrastruttura sociale per consentire ad ognuno di esprimere le proprie capacità, la propria fantasia, la propria responsabilità. In sostanza, un pezzo essenziale della vita di ognuno». Una sorta di Bad Godesberg (post litteram) del lavoro? Anche se lì, dove è nata la vera Bad Godesberg il sindacato ha un ruolo fortissimo nell’impresa. «Infatti non ho mai detto che debba cambiare solo il sindacato. Ciascuno deve fare la sua parte».

 

Partiamo dal pubblico impiego. Siete stati in stand by per un anno: oggi lo sblocco. Illuminati sulla via di Damasco? Il governo ha cambiato linea?

«Il governo non ha cambiato linea. Noi consideriamo il contratto uno strumento essenziale delle relazioni industriali, garantisce a tutte le parti di poter svolgere la propria attività in un quadro di certezze. Si è fatto un lavoro preliminare, con la definizione dei comparti pubblici, che alla fine si è rivelato utile. Questo dimostra che era giusto fare questo sforzo».

 

Sì, solo che i «cattivi» dicono che avete firmato oggi per il Referendum. E c’è chi continua a pensare che in politica ad essere cattivi ci si azzecca.

«Io sinceramente guardo al risultato: se la cosa è buona, lo è 10 giorni prima del Referendum, tre giorni prima o tre dopo. Continuo a pensare che bisogna valutare il merito. Questo contratto risponde alle richieste delle parti? Sì. Allora il Referendum conta molto poco».

 

Quali sono secondo lei gli elementi più innovativi del contratto?

«L’innovazione è l’elemento più interessante del contratto, è una sorta di ponte con il contratto dei metalmeccanici che io considero a oggi quello più innovativo. Il riferimento al welfare è sicuramente il passo più forte».

 

Sui metalmeccanici la novità è molto forte. Chi è cambiato di più: Federmeccanica, la Fiom o gli altri due sindacati?

«Credo che vada riconosciuto sia ai sindacati sia a Federmeccanica che già nelle piattaforme c’erano i contenuti di innovazione. Poi c’è stata una lunga trattativa, con una conclusione che ha raccolto buona parte di quegli elementi già inseriti nelle piattaforme. Alla base di tutto questo c’è una logica che dev’essere quella della collaborazione per la competitività. Noi, specialmente nel settore metalmeccanico, ma io direi in generale nel manifatturiero, che è la “sala macchine” del sistema produttivo italiano, abbiamo bisogno di questo sforzo. Questo governo crede tanto nella manifattura, da aver investito in Industria 4.0. Altri in passato non lo hanno fatto».

 

Come giudica il ruolo di Landini in questa vicenda? Pensa che abbia cambiato strategia rispetto al passato?

«Parto ancora dal contratto: è importante che dopo molti anni si sia arrivati ad una firma unitaria. Peraltro, gli elementi innovativi rispetto al passato stavano già nella piattaforma della Fiom. Quindi già in quella fase Fiom aveva fatto un pezzo di strada. Credo sia stato molto importante riuscire a gestire il processo fino all’approvazione. Anche dentro la Fiom c’è stata una discussione: non è stato uno sbocco semplice e unanime. Evidentemente Landini ha fatto un lavoro importante, perché ha portato tutta la sua organizzazione al risultato. Nel merito, voglio sottolineare alcuni aspetti rilevanti dell’intesa. Prima di tutto c’è la vicenda del welfare: il peso del salario aggiuntivo è per gran parte rappresentato da prestazioni di welfare, come i contributi alla previdenza integrativa o prestazioni sanitarie gratuite a lavoratori e famiglie. E’ un dato che incrocia anche le scelte politiche di bilancio di questo governo. Noi abbiamo spinto verso la detassazione del salario di produttività e delle azioni di welfare. Se i lavoratori incassano 100 euro netti su 100 euro di costo aziendale, anche noi abbiamo dato una mano. Poi per la prima volta fa capolino l’idea l’idea che il contratto aziendale possa in qualche misura modificare il contratto nazionale. Infine, l’inflazione si paga dopo e non prima, una volta verificato il dato effettivo. Tutti elementi che potranno aiutare anche l’intesa sul modello contrattuale».

 

Sul welfare aziendale non c’è rischio che si penalizzi l’universalità? Chi perde il lavoro poi perderà anche l’assistenza?

«Il welfare universale è garantito dallo Stato, e vale per tutti i cittadini. Qui si tratta di un welfare integrativo, che si somma a quello dello Stato. Aiuta la collettività ad avere un welfare più diffuso, più specifico rispetto a singole situazioni, quindi non vedo nessun rischio».

 

Quando è cominciato questo governo c’è stato un attacco esplicito alle parti sociali. Ricordiamo tutti le battute sulla concertazione da rottamare. Oggi si è capito che l’Italia ha bisogno dei corpi intermedi?

«Noi siamo partiti affermando una cosa molto chiara: questo Paese aveva (e continua ad avere) un grande bisogno di rinnovamento e di cambiamento. Questo non riguardava solo la politica, i partiti, le istituzioni, ma complessivamente la nostra società. Quindi anche le parti sociali: tutti erano chiamati a fare i conti con un cambiamento indotto da globalizzazione, tecnologia e crisi. Abbiamo scelto di produrre una spallata alla normazione del mercato del lavoro, anche con forti dissensi nel Paese. Poi la situazione si è evoluta, e in questo processo c’è stato l’avvio di un dialogo. Ma con una logica innovativa: abbiamo costruito un confronto che ha come presupposto l’assunzione della propria responsabilità da parte di ognuno. L’obiettivo è produrre il massimo di consenso, ma senza vincoli: nessuno ha diritto di veto. Troppe volte la concertazione finiva senza alcuna decisione».

 

In Italia si muore ancora troppo di lavoro.

«Lo sappiamo, è un fatto gravissimo. Noi abbiamo dettato regole più stringenti sulla sicurezza, ma abbiamo anche aiutato le imprese che vogliono innovare gli strumenti e mettere i luoghi in sicurezza».

 

Quali sfide vede per il futuro?

«Un settore molto importante per me è l’alternanza scuola-lavoro. Vado in giro per il Paese e riscontro molta sensibilità da parte di tutti su questo. Spero che si affermi presto. Poi c’è tutto il campo delle politiche attive, su cui il governo ha fatto un grande investimento. A proposito di referendum, se vincerà il Sì sarà possibile sfruttare tutti gli strumenti di sostegno di chi cerca un posto su tutto il territorio nazionale, con meno burocrazia. Mi pare una bella cosa».

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