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Orlando: “Il Pd non è autosufficiente. Apriamoci alle liste civiche”
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Un atteggiamento «meno autosufficiente»,«idee che diano forza al centrosinistra» ed «elementi che raccolgano la richiesta di cambiamento». Il giorno dopo le elezioni amministrative ad Andrea Orlando tocca commentare la non vittoria del Pd, come ai tempi della “Ditta”, e provare a tirare giù l`elenco delle priorità per presentarsi al secondo turno con chance di vittoria. Perché il Partito democratico nella sua Liguria va al ballottaggio nelle roccaforti di Genova e La Spezia, ma con sofferenza. E che sofferenze. Soprattutto a casa del Guardasigilli che confessa di aver avuto «molta paura».

 

Ministro, il Pd in Liguria ha faticato: va al ballottaggio a Genova e Spezia, ma scende sotto il 20%. Che succede?
«I motivi li vedremo dopo i ballottaggi. Ora cerchiamo di ricomporreil centrosinistra con un atteggiamento meno autosufficiente. Costruiamo coalizioni che siano in grado di vincere lo scontro diretto. Ma vanno costruite su elementi programmatici: non basta più l`appello contro la destra, ci vuole un`idea che dia forza al centrosinistra».

 

Sembra che stia pensando alla sua Spezia.
«Alla Spezia ho avuto molta paura: siamo arrivati ad un livello di frammentazione record per l`Italia: tre candidati gravitano nell`area del Pd, due nella coalizione che portò alla vittoria il sindaco uscente Federici, senza contare le liste civiche. Il dato politico è che il secondo turno è stato a rischio e c`è stato il crollo della percentuale del Pd».

 

Dunque, quindici giorni in salita. Soluzioni?
«Il Pd deve dare un segnale chiaro e appellarsi al centrosinistra civico e politico per mettere in campo in questi quindici giorni un progetto forte e innovativo. I candidati sindaci convochino subito un tavolo, riconoscano un ruolo a queste forze. Ma non basta più l`appello al voto utile: bisogna riconoscere la richiesta di cambiamento emersa».

 

A questo punto l`unico dato consolante per voi è la frenata del M5S. O no?
«Bisogna stare molto attenti a sopravvalutare il calo dei Cinquestelle. Il Movimento è ormai storicamente più debole sui territori perché fanno fatica a selezionare amministratori, ma alle politiche la cosa cambia. Dopo di che a Genova
e a La Spezia oggettivamente hanno fatto tutto il possibile per perdere e se ne è avvantaggiato il centrodestra. Poi tutto va collegato al calo di affluenza, perché anche questo ha avuto il suo peso e un pezzo di elettorato dei 5 Stelle è tornato al non voto».

 

Nel Pd c`è chi guarda a Macron, mentre a sinistra a Corbyn. Come si fa a fare coalizioni così?
«È una discussione abbastanza assurda anche perché rispettoalla Francia abbiamo un sistema elettorale diverso. Personalmente non credo che la risposta di Macron, una sorta di populismo di centro, sia la più forte e più strutturale al problema della crisi della democrazia. Perché anche in Francia metà elettorato non è andato a votare. E neppure Macron riesce a risolvere il problema della rottura del mondo popolare con il voto progressista».

 

Come traduce il segnale di queste amministrative in campo nazionale?
«Che le alleanze vanno fatte, il Pd da solo non va da nessuna parte. Ci siamo sgolati a dirlo durante il congresso e per questo ci siamo anche presi gli insulti, accusati di essere la quinta colonna degli scissionisti. Mentre invece agli scissionisti ricordiamo ogni giorno che il centrosinistra senza il Pd non esiste. I numeri hanno la testa dura. Una delle premesse è un centrosinistra largo, plurale, con esperienze anche civiche perché ormai non tutto sta più nei partiti. L`altra è una legge elettorale che non rinunci definitivamente a qualunque forma di maggioritario».

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