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Orlando: dalla minoranza nessun controcanto
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«Andare al voto con l’attuale legge elettorale, senza coalizioni, con una polarizzazione tra Pd e M5S e sperando di prendere il 40 per cento a mio avviso è un azzardo. Così si rischia davvero di far vincere Grillo». Andrea Orlando, ministro della Giustizia, da ieri è ufficialmente il leader della minoranza interna ai dem.

Renzi però pare intenzionato a seguire questa linea. Perché secondo lei?

«Mi pare che ci sia una sopravvalutazione della capacità trainante del leader, un tempo si sarebbe chiamato “volontarismo”. Ma abbiamo visto il 4 dicembre come è andata a finire».

Lei chiede una coalizione con Pisapia, Bersani e gli scissionisti. Sarebbe credibile un Pd alleato con chi l’ha appena abbandonato?

«Non si tratta solo di queste forze, ne possono emergere altre anche al centro. Nella storia una serie infinita di coalizioni è stata costruita tra forze che si erano scisse: penso alla Spd che governa molti Land con la Linke, ma anche alle giunte tra Pci e Psi in Italia. Gli avversari non sono gli ex compagni di strada. Non mi sembra molto più credibile presentarsi alle urne con in tasca la grande coalizione con Berlusconi. Ed è questo lo scenario più probabile se si vota con questa legge elettorale. E se il Pd resta alla finestra, come ha detto Renzi, si voterà con il Consultellum».

Matteo Richetti ha detto che Pisapia deve scegliere tra il Pd e Bersani. Che ne pensa?

«Se Pisapia fa quello che gli dice il Pd rischia di non avere nessuna capacità di attrazione verso un elettorato di sinistra che non ama il nostro partito. Rischia di fare una sorta di Partito dei contadini polacco. Noi dobbiamo rispettare il percorso che ci sarà a sinistra, e valutare le alleanze sulla base dei temi reali. Io ad esempio non farei alleanze con una sinistra euroscettica alla Melenchon. Ma il tema c’è: non a caso molti sindaci renziani stanno facendo alleanze con Mdp in vista delle elezioni di giugno».

Renzi ha chiesto lo stop alle liti fratricide. Lei come guiderà l’opposizione interna?

«Non ci saranno pregiudiziali, o un controcanto costante su tutto quello che fa il segretario, come è accaduto in passato. La maggioranza, come primo atto, ha scelto con arroganza di nominare uno dei suoi alla presidenza del Pd, e noi non abbiamo fatto le barricate. Speriamo sia un incidente isolato e manteniamo le nostre idee, convinti che possano diventare la linea del partito. E rispettando il principio di maggioranza».

È possibile una guida unitaria del partito?

«Non mi interessano gli organigrammi. Abbiamo posto dei temi, a partire da una questione sociale che non è stata adeguatamente riconosciuta. Se queste idee saranno accolte, potremo dare una mano. Altrimenti non serve fare da ornamento in segreteria. Finora, comunque, nessuno ci ha proposto una guida unitaria del partito».

Sul rapporto col governo Renzi l’ha convinta?

«Prendo atto delle sue parole, ma mi preoccupa il continuo smarcamento su singole questioni e credo occorra sorvegliare. Ricordo che la gente, da qui al voto, non farà troppe distinzioni tra Pd e governo».

Sulla legittima difesa ha capito che modifiche vorrebbe il suo segretario?

«Sinceramente no. Ma può darsi che sia un limite mio…».

Lavoro, casa, mamma: sono le parole d’ordine del nuovo corso. La convincono?

«Sono argomenti piuttosto neutri, dipende da come li affronteremo. Parlare della questione femminile associandola solo alla maternità non mi pare particolarmente avanzato».

Sul voto al presidente Orfini la sua corrente si è divisa tra astenuti, contrari e assenti. Cattiva partenza?

«Abbiamo lasciato libertà di coscienza nell’esprimere un voto in dissenso che non era sulla persona, ma sul metodo».

Gianni Cuperlo è rimasto fuori dalla nuova Direzione.

«Un incidente a cui va posto rimedio al più presto. Nel caso, sono pronto a cedere a Gianni il mio posto». I

Il nuovo Pd è un partito personale, il Pdr?

«Il rischio c’è. Ma il dibattito in assemblea mi pare dimostri che non è ancora così».

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