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Migliore: il PD è l’unico partito in Italia di massa e plurale
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C’è uno scatto che risale a domenica sera. Sul palco c’è Renzi, celebra la vittoria dei gazebo. Un metro dietro, accanto a Maria Elena Boschi, sorride Gennaro Migliore. Ex bertinottiano, con Vendola fino allo strappo renziano, ottimo amico di Pisapia.

 

Che effetto ha fatto al “compagno” Migliore quel discorso del segretario? Festeggiavate la nascita del PdR?

«No. I custodi dei caminetti, i farmacisti con il bilancino delle correnti, chi ha praticato il cannibalismo interno e sta in Mdp, tutti avevano annunciato le esequie del Pd. Ecco, abbiamo dimostrato che è l’unico partito di massa in Italia. Plurale. Il contrario di un partitino personale».

 

Partito plurale, di massa, ma anche di sinistra?

«Io mi sento molto più di sinistra di quelli di Mdp. Siamo nel corso di una catastrofe del riformismo storico, solo due luci che possono invertire la tendenza: Macron e Renzi. La cultura della Ditta, quella che si sentiva autosufficiente e poi si metteva a disposizione delle tecnocrazie, aveva ossificato il partito. Per me, essere di sinistra è abbattere i muri, essere garantista e per un’Unione forte, con meno austerità».

 

Macron e Renzi, diceva. Uno corre contro i socialisti, l’altro senza l’ala sinistra.

«A dieci anni dalla fondazione del Pd, cosa c’è in più? Renzi, assieme all’idea che la modernità si deve confrontare con la realtà. So che la divisione è stata una malattia congenita della sinistra, ci ho fatto i conti: è l’idea che se non comando io, allora me ne vado. E invece, come cantavano i Depeche Mode in “Walking in my shoes”, essere di sinistra significa mettersi nei panni dell’altro”, non rivendicare di essere di sinistra “perché mio nonno lo era”».

 

Immagine suggestiva. Ma niente alleanza con Pisapia?

«Ho una profonda sintonia con il modo di pensare di Giuliano. È una risorsa del Paese, ma non capisco una cosa: che c’entra lui con un pezzo di ceto politico che contrasta l’ascesa di Renzi per uno spazio elettorale?».

 

Tradotto: Pisapia si sta impiccando a D’Alema?

«Dico solo che sarebbe una catastrofe se fosse così. Le svelo una cosa: il 1 maggio del 2014 decisi proprio a casa di Giuliano di entrare nel Pd. Oggi spero che non ci sia la dinamica “facciamo i partiti che poi fanno i caminetti”. Si possono fare alleanze, ma non coalizioni come aí tempi dell’Unione. Per favore, no».

 

Ne parla come di un trauma. Per questo ha scelto Renzi?

«Lo choc post traumatico c’è stato. Provammo a costruire un programma di 370 pagine, poi Padoa Schioppa disse che non serviva a niente. Arrivò una crisi politica. Con il Porcellum, le forze dello zerovirgola potevano farti vivere o morire. A me Renzi piace perché va contro le rendite di posizione».

 

Le critiche che muove a Mdp valgono anche per i suoi ex di Sinistra italiana?

«No. La differenza la fa la tua ambizione. Se non è quella di essere sinistra di governo, ma di rappresentanza, la rispetto».

 

Ha conosciuto l’ala sinistra e poi Renzi. Chi ha più colpe per questa incompatibilità?

«Per loro ogni cosa di sinistra che facevamo era una banalità. Gli ottanta euro? “Una str…”. Le unioni civili? “Prima i diritti economici”. E poi il Jobs act, la cosa più di sinistra di tutte».

 

Beh, anche Renzi con loro…

«Mi sono occupato di migranti e carceri, sempre da sinistra. Mai Matteo mi ha chiamato per dirmi: “Fermati, siamo di centro!”». Intervista fmita. «La verità su quella foto? Non dovevo esserci, mi hanno quasi trascinato sul palco. Erano tutti sotto i riflettori, io quasi al buio. Poi si sono accese le luci, e mi ritrovo in mezzo…».

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