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Medico di base ai senza dimora: quando la politica dà l’esempio migliore e più bello

Di Marco Furfaro

Restituire. Parto da qui, da questo verbo. Restituire un diritto, un esercizio che si accompagna con il ridare dignità, la vera possibilità di riscatto, il reinserimento, pieno, nella società.

Questo abbiamo fatto con il voto unanime sul provvedimento che ripristina il medico di base alle decine di migliaia di senza dimora del nostro Paese; invisibili resi ancora più invisibili da quella che ancora per poco continuerà ad essere una delle storture più ciniche, fredde, inumane del nostro sistema, che stiamo finalmente per sanare in maniera definitiva.

Stortura, sì. Perché una delle cose peggiori di questa vicenda è il fatto che tutta la problematica relativa alla negazione del diritto alla salute a chi ha perso tutto e finisce in mezzo ad una strada, nasce da un “errore” del sistema a cui nessuno, per decenni, ha posto rimedio. Il meccanismo è tanto banale quanto osceno: se perdi la casa, perdi la residenza; se perdi la residenza, perdi il medico di base, con l’esito di portarti quindi a dover correre al pronto soccorso per qualunque genere di assistenza tu necessiti, poiché quella rimane l’unica strada. Tutto così legato a doppio filo in modo tale da provocare su persone in condizioni di fragilità un effetto domino devastante che fa l’esatto contrario di ciò che dovrebbe avvenire quando ci si trova di fronte a situazioni critiche: aggravarle, inabissando la speranza di un riscatto tramite la negazione di diritti fondamentali per mera, fredda burocrazia. E così tante, troppe persone negli anni si sono ritrovate a perdere anche quel diritto alla salute, oltre che una casa, il lavoro, una rete di sostegno sociale.

Parliamo di padri di famiglia che si separano e finiscono a dormire in macchina, donne vittime di violenza che scappano di casa e vanno a vivere da amici, persone che perdono il lavoro e finiscono in strada e non hanno un tetto sopra la testa.

Il risultato è stato devastante, perché oltre ad una declassazione “sociale”, la persona si vedeva così retrocessa anche da un punto di vista civico, perdendo diritti fondamentali e diventando in tal modo un cittadino di serie B (se non direttamente un peregrino, un estraneo, un ospite del sistema). Un’oscenità degna del peggior sistema basato sul censo, con diritti direttamente proporzionali al reddito, e con un fondo rappresentato da chi, avendo perso tutto, vede venir meno anche la propria appartenenza alla Repubblica.
A tutto questo stiamo ponendo rimedio. Lo chiedeva la nostra dignità, il rispetto del concetto di civiltà umana prima che politica. Lo chiedeva il nostro senso di giustizia che di fronte ad un abominio così grottesco e paradossale non è potuto rimanere inerte. E tale è stata la forza di questa spinta che quel rimedio è stato posto da tutta la Camera, maggioranza e opposizione insieme.

Voto unanime, nessun contrario o astenuto. Un esempio, splendido, di cosa si possa fare quando la politica vuole dare il migliore esempio mettendo a terra, nel pratico, il significato più profondo della sua natura: quello di un cambiamento in meglio della società. Quello di un cambiamento a protezione dei più fragili.

Abbiamo allora restituito un diritto. Lo abbiamo fatto producendo, al latere, anche un risparmio economico per lo Stato, e vale la pena citarlo a coronamento del successo. Perché allo Stato un paziente dal medico di base costa 80 euro l’anno, un ingresso al pronto soccorso ne costa in media 250. Eliminando quella stortura, abbiamo quindi ridato dignità al concetto di cittadinanza, ma ha fatto del bene anche alla nostra sanità.

Andiamo avanti. Proseguiamo al Senato, con la certezza di portare a casa il risultato, definitivo, entro l’inizio del 2025. E con rinnovato spirito di lotta verso le altre mille ingiustizie che, proprio come questa, aspettano solo altri esempi di buona politica per essere sanate.

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