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Martina: “L’alternativa alla destra siamo noi, ma dico no alle formule del passato”
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Dobbiamo salvare il Pd per costruire l’alternativa alla destra». Maurizio Martina lo pone come punto fermo, una sorta di avviso ai naviganti.

Malgrado abbiate perso la regione, state festeggiando questi dati incoraggianti. Crede che questo recupero di consensi del centrosinistra sia merito del Pd?

«In questi mesi da segretario ho lavorato sia sull’Abruzzo che sulla Sardegna. Ho fatto il massimo per creare le condizioni per un recupero, spingendo le candidature di Legnini e Zedda, lavorando alle coalizioni e alle liste del Pd. Abbiamo fatto passi avanti, ma non festeggio. So che c’è una prima inversione di tendenza importante e che il Pd con coalizioni civiche può essere competitivo, ma non si crei l’illusione che antiche ricette bastino per la sfida a questa destra».

Quali sono le ricette nuove?

«Dobbiamo un grazie enorme a Zedda. Ma va rilanciata la sfida riformista del Pd aperto e inclusivo. Quindi no a letture consolatorie, c’è tanto lavoro da fare con un profilo nuovo più legato al civismo. Ma è il Pd che deve essere il baricentro delle nuove coalizioni, non funzionano formule del passato».

Ma quella di Zedda non era una coalizione a trazione Pd. Aveva anzi un marcato profilo di sinistra che forse ha fatto la differenza, o no?

«Hanno inciso certo il prestigio della sua personalità di amministratore competente e l’impegno molto attento alla questione sociale. Ovunque dobbiamo fare un lavoro unitario, ma il Pd deve essere perno delle alleanze accanto a esperienze forti sia a sinistra che al centro. Insomma, per recuperare davvero il margine su questa destra più cresce il Pd e più saremo competitivi. Come avvenuto alle ultime comunali, a Brescia, Ancona, Brindisi. La coalizione unitaria vince quando il Pd fa fino in fondo il suo mestiere di forza trainante riformista».

Insisto: forse Zedda è arrivato secondo perché ha impostato la campagna sui temi sociali, mentre il popolo sente lontano il Pd, ancora avvitato su se stesso?

«Oggi ero dai lavoratori della Pernigotti, lasciati soli dal governo. La sfida alla destra la vinceremo se a partire dal Pd si tornerà ad avere un’agenda sociale forte. Attorno a questioni chiave: lavoro, lotta alle disuguaglianze, ecologia, Europa, diritto alla salute e al sapere. E un fisco equo capace anche di fare pagare le tasse alle multinazionali che fanno profitti in Italia e di realizzare un’unica imposta progressiva sui redditi».

Zedda però non ha voluto nessuno di voi al suo fianco.

«Come in ogni campagna, quando si ha un clima nazionale come quello che stiamo attraversando è una scelta condivisa non caricare di una chiave nazionale una competizione. È sempre capitato così e non ha pagato per Salvini trasferirsi lì, non c’è stato un boom della Lega».

Ma ha vinto lui anche questa tornata. Perché?

«Non c’è dubbio che ancora la forza della propaganda di Salvini è forte e significativa. Il centrodestra ha numeri importanti. Ma i primi segnali di queste regionali sono rilevanti, anche se il nostro lavoro di rilancio è all’inizio e non bastano i modelli visti finora».

Però state puntando a ricostruire una sorta di nuovo Ulivo per le Europee.

«Sulle Europee la strada giusta è quella dell’appello “Siamo europei” di Calenda. Se vincerò io, da lunedì prossimo si parte col comitato nazionale e diecimila comitati per promuovere il progetto di una grande lista unitaria europeista. Ricordiamoci tutti che i nostri avversari sono fuori da noi. L’unità è una precondizione per essere alternativi».

In Sardegna non c’è stato il travaso di voti da M5S al Pd. Speranza delusa?

«L’avanzamento è un dato prezioso. Oggi siamo il primo partito in Sardegna e la coalizione recupera più di 40 mila voti. Lo smottamento dei 5stelle è inequivocabile, hanno perso 300 mila voti. Uno smottamento che finisce nell’astensione: certo, il lavoro da fare per recuperare al Pd un elettorato che ha dato fiducia in passato ai grillini è ancora tanto. Ma c’è un’inversione di tendenza che è un segnale importante per noi».

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