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Letta: Sul fine vita il Parlamento deve decidere subito
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Sintesi dell’intervento del Segretario Enrico Letta su La Repubblica.

Tutto intorno cambia e si trasforma. La modernità fatica a entrare nell’agenda del legislatore e nell’inerzia i vuoti normativi si accumulano. È quanto sta avvenendo sul fine vita, su cui i partiti hanno la responsabilità di agire al più presto: c’è una pressione dall’alto, cioè la sentenza della Corte Costituzionale del 2019, ma c’è una spinta dal basso, specie dopo la bocciatura, da parte di quella stessa Corte, del quesito sull’eutanasia sostenuto da oltre un milione di cittadini.

Quanto a lungo vogliamo mortificare le aspettative di una società che sui diritti civili dimostra spesso di essere più matura ed esigente della propria classe dirigente? Si è detto: “Ora spetta al Parlamento”. È così, compete alla politica scegliere e io ritengo che ci siano le condizioni per farlo con equilibrio e con la massima condivisione possibile.

Siamo chiamati a deliberare sull’autodeterminazione della persona e sulla sofferenza intima dell’essere umano in quanto tale. Esiste qualcosa di più universale? Credo di no. Con la stessa convinzione penso che nessuno a destra o a sinistra, tra i laici o i cattolici possa onestamente dirsi immune dal dubbio e non avvertire sulle proprie spalle il dovere di intervenire su un bisogno così urgente e lacerante.

La tecnologia allunga l’esistenza sì, ma nello stesso tempo determina un aumento esponenziale di persone in condizioni drammatiche. Quanto in là può spingersi il limite? E come conciliare la tutela del diritto alla vita con quello, altrettanto dirimente, a una morte dignitosa? Sono dilemmi etici e politici. E l’unico modo per scioglierli, senza sconfinare indebitamente fuori dall’ambito circoscritto dell’intervento statuale, è muoversi dentro il perimetro delimitato dalla Costituzione e dalle indicazioni della Consulta.

È su questa base che si fonda la proposta di legge sulla morte medicalmente assistita promossa da Alfredo Bazoli e Nicola Provenza. Le condizioni per la depenalizzazione del reato di aiuto al suicidio sono molto stringenti: la presenza di una malattia irreversibile e di sofferenze intollerabili, l’accertamento dei trattamenti di sostegno vitale, l’esperienza provata di un percorso di terapia del dolore e cure palliative. E poi un prerequisito non negoziabile: il libero arbitrio. Vale a dire la capacità del malato, verificata oltre ogni dubbio, di assumere una scelta libera e consapevole.

Una legge perfettibile che prova, con la gradualità necessitata dalla complessità della materia, a colmare quel vuoto normativo, come già è avvenuto con il testamento biologico o con la sedizione palliativi profonda. Tutte conquiste ottenute grazie alla spinta di opinione pubblica e movimenti, a partire da quello radicale, e che oggi sono diffusamente accettate come virtuose.

A dimostrazione che il diritto non è immobile e che le leggi migliori sono quelle che sanno sapientemente conformarsi all’evoluzione della società e dei suoi bisogni. La proposta non deve essere una bandiera di parte, ma una iniziativa arricchita dal dialogo e dal contributo costruttivo di tutti i partiti.

Ci sono obiezioni, molte legittime. E in un Parlamento come quello attuale, senza un chiara maggioranza politica, non può che trovarsi un punto di equilibrio tra posizioni diverse. Altrimenti, oltre alle polemiche, a continuare saranno solo le sofferenze, insieme alla perdita di credibilità della politica tutta. Noi non ci rassegniamo e non ci rassegneremo mai a questo scenario. Perché prima di tutto vengono le persone. Coi loro drammi e il loro dolore.

 

Intervento integrale su La Repubblica.

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