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Le nostre proposte per rimettere (davvero) gli agricoltori al centro della filiera
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Le piazze d’Europa risuonano delle rivendicazioni e delle preoccupazioni degli agricoltori. Sono piazze che vanno ascoltate.

L’agricoltura vive una condizione difficile provata dai cambiamenti climatici e dalle contingenze drammatiche sul piano geo-politico, come la guerra in Ucraina con tutte le sue conseguenze (costo carburante, costo energetico, sospensione dazi sul grano ucraino). Gli agricoltori sono dunque esasperati dal presente e spaventati per il futuro, pagando soprattutto sul piano del reddito, nodo principale e prima rivendicazione di queste proteste.

Rispetto alla strumentalizzazione elettorale di una destra – sia popolare che sovranista- che in Europa sta cercando di alimentare l’idea che esista uno scontro fra ambiente e agricoltura, fra Pianeta e cibo, dobbiamo rivendicare una visione opposta: non esiste opposizione di interessi, perché senza l’ambiente e la sua tutela non c’è futuro per la produzione alimentare. La sostenibilità ambientale, per questo, è una strada obbligata se vogliamo garantire la salute della Terra e la nostra, indissolubilmente legate come insegna il One Health. Del resto chi più degli agricoltori paga il prezzo del riscaldamento globale, pur essendo il primo argine ad esso? Come primo obiettivo politico, dunque, le forze progressiste e democratiche devono avere proprio questo: una contro-narrazione che affermi la verità dei fatti, respingendo al mittente – le destre- il tentativo di criminalizzare il Green Deal e la strategia Farm to fork che lo realizza in agricoltura. E in questa contro-narrazione riaffermare il principio che la transizione verde, anche in agricoltura, per noi non può che avere un “cuore rosso”, cioè vedere l’investimento di risorse da parte dell’Unione e dei governi perché sia garantita la sostenibilità sociale di questa rivoluzione, che non può gravare sugli agricoltori e nemmeno sui cittadini.

Per quanto riguarda il Green Deal, andrebbe evidenziato un dato: le misure verdi sono ben lontane dall’aver prodotto risultati effettivi e, nel corso di approvazione, hanno visto spesso una revisione in direzione di una minore audacia. Pensiamo alla riforma del regolamento sui pesticidi oppure alla cosiddetta legge sul ripristino della natura: molto meno ambiziose negli obiettivi e nei tempi originariamente indicati. L’Europa non è dunque avversaria dell’agricoltura e degli agricoltori, a cui destina un terzo del suo bilancio (circa 380 miliardi di euro). Quello che piuttosto andrebbe cambiato è il meccanismo di distribuzione delle risorse della Pac – in Europa sostenuta da tutte le forze politiche!- perché sia semplificato l’iter burocratico ma soprattutto perché i fondi raggiungano tutti gli agricoltori, compresi i piccoli-medi produttori. Attualmente infatti l’80% dei finanziamenti della Pac arrivano al 20% delle imprese agricole. Impensabile continuare su questa strada!

Se dovessimo sintetizzare cosa fare con uno slogan, userei quello di Carlin Petrini: “rimettere gli agricoltori al centro della filiera”, garantendo loro il giusto reddito, perché ad oggi produrre cibo è diventato insostenibile sul piano economico. Dunque dobbiamo difendere gli agricoltori dalla grande distribuzione; dobbiamo premiare coloro che scelgono l’innovazione tecnologico-scientifica, che favorisce la transizione; dobbiamo sostenere il protagonismo di donne e giovani per aprire l’agricoltura alla sostenibilità e alle forme multifunzionali (agriturismi, fattorie didattiche, biologico, filiere corte etc), di cui soprattutto loro sono capaci. Non dimentichiamo che, per esempio, l’Italia è ultima per under 40 in agricoltura e prima per over 65: la questione generazionale quindi preme.

Concentrandoci sul nostro Paese, il Governo, in questi mesi, come sappiamo, ha approvato una serie di misure che danneggiano il settore. Abbiamo assistito alla reintroduzione dell’Irpef su redditi agrari e dominicali; al taglio delle agevolazioni per gli agricoltori under 40; alla introduzione di onerose assicurazioni obbligatorie; alla mancata compensazione di costi energetici in aumento. Noi, come Pd, abbiamo subito detto che la strada imboccata era sbagliata. Adesso il Governo cerca di porre un rimedio. Tardivo. E ciò che appare preoccupante è che, oltre all’emergenza, manca completamente una visione di futuro per il settore. Per questo il 16 febbraio, come partito, abbiamo invitato ad un confronto tutte le associazioni che si occupano di agricoltura. Mettiamo a disposizione molte proposte: piena attuazione alla direttiva Ue del 2022 e evidenza del costo di produzione del cibo all’acquirente, per esempio;  approvazione di un Fondo speciale per la transizione del settore che sostenga chi innova sul piano tecnologico-scientifico; riforma della Pac semplificando le procedure e rendendo disponibili le risorse ai piccoli e medi agricoltori (il 64% delle aziende agricole italiane è sui 5 ettari!); modifica dei parametri minimi di frutta e verdura previsti dal Regolamento del 2011, anacronistici a causa del cambiamento climatico che ha mutato le caratteristiche dei prodotti; creazione, sul modello di Parigi e Vienna, di spazi pubblici per la vendita gestiti direttamente dagli agricoltori (filiera corta); rafforzamento della Banca della terra e nuovi strumenti di sostegno per l’accesso al credito per giovani e donne; valorizzazione della ricerca e del contatto fra mondo dell’Università e agricoltori. Sono alcune proposte, come dicevo, a cui speriamo di aggiungere quelle che emergeranno nel corso del confronto con chi ogni giorno, tra mille difficoltà, si occupa e vive di agricoltura.

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