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Il jobs act, i pregiudizi e i veri numeri
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I posti di lavoro si sa non si creano per decreto. Questa frase è stata ripetuta molte volte da chi ha criticato, prima, l’introduzione del nuovo contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti e, poi, dai critici del Jobs act in generale. Oggi quella logica dovrebbe spingere all’ottimismo, invece non è così. Credo ci sia una notevole contraddizione. Vorrei sgombrare il campo da un equivoco: quella affermazione era corretta. Del resto, nessuno tra quelli che hanno scritto quella riforma-gruppo a cui ho il piacere di appartenere ha mai pensato che le regole creino i posti di lavoro. Eppure le regole su contratti e ammortizzatori influenzano, al netto dell’andamento economia, la qualità del lavoro che si crea.

 

Chi ha scritto quella riforma pensava invece che la sfida fosse più ambiziosa e più importante: primo, volevamo che la tutela del lavoratore fosse più efficace nel proteggerlo quando le carriere lavorative erano diventate più instabili e, secondo, volevamo che, al materializzarsi della ripresa, il Paese non perdesse l’occasione ricreando pochi posti di lavoro e, per lo più, precari.

 

All’uscita dei nuovi dati Inps relativi al mese di settembre, come il dibattito sul caldo in agosto, immediatamente ricominciala discussione sui “fallimenti” del Jobs act. Proviamo a mettere in fila questi fallimenti allora. Nel mese di settembre, i rapporti di lavoro a tempo indeterminato sono calati di circa 3000 unità. Non è certo una buona notizia ma, se pensiamo che nel 2016 si sono comunque creati, al netto di quel calo e sempre secondo Inps, 47 mila posti a tempo indeterminato in più, forse dovremmo aspettare a drammatizzare. Inoltre, un calo di 3000 rapporti stabili è poca cosa rispetto al tracollo dei posti di lavoro a termine che a settembre calano di 29 mila unità. Quindi certamente settembre non è stato un buon dato ma è un fatto che il lavoro a tempo indeterminato tenga più di quello a termine, cosa per nulla scontata. Ciò significa che la composizione del lavoro dipendente resta più favorevole e più stabile-rispetto al passato.

 

Mettiamo però i dati Inps insieme ai dati Istat e osserviamo che oltre all’aumento di oltre 650 mila posti di lavoro dall’inizio 2014 i posti a tempo indeterminato hanno quasi raggiunto i 14 milioni e 950 mila, grosso modo il livello che avevamo all’inizio del 2009. Solo che allora il nostro Pil era, in termini reali, circa il 9% più alto di oggi, la produzione industriale era maggiore di 1/5 e gli investimenti veleggiavano intorno al 21-22% del Pil a fronte del17% odierno. Quindi, mi chiedo: ma chi diceva che i posti di lavoro non si creano per decreto, che dipendono da come va l’economia, dalla domanda aggregata e tutto il resto, non dovrebbe oggi sostenere che è davvero un fatto positivo che un’economia in moderata ma crescente ripresa come la nostra abbia comunque creato così tanta occupazione e, in particolare, così tanti lavori a tempo indeterminato?

 

In realtà, i detrattori del Jobs act riconoscono quanto positiva sia la crescita di posti di lavoro. Infatti oggi sottolineano il dato sui licenziamenti. Sostengono che quelli creati «non sono veri posti di lavoro stabile» ma contratti con «licenziamento facile». Però qualcosa non quadra neanche qui: il numero totale di licenziamenti nei primi nove mesi del 2016 rimane più basso del 2014 (448mi1a contro 452mila). Questo significa che nel 2014, con meno occupati di oggi, c’erano però più licenziamenti di oggi. È vero poi che, se concentriamo la nostra attenzione sui licenziamenti individuali per giusta causa e motivazione disciplinare, vediamo una crescita nel 2016 di 13mila unità. Questa crescita dei licenziamenti individuali però avviene a fronte di un calo maggiore, per ben 16mila unità, delle dimissioni. È quindi possibile per non dire probabile che un bel gruppo di lavoratori (o lavoratrici molto spesso) che nel 2014 si “dimettevano”, oggi invece risultino quello che erano anche prima: licenziati. Forse qualche ruolo lo avrà giocato anche la stretta sulla piaga delle “dimissioni in bianco” da parte tal governo ma la differenza sostanziale è che un lavoratore dimissionario ha tipicamente molta meno tutela di un lavoratore licenziato.

 

Siamo tutti d’accordo quindi: i posti di lavoro non li creano i decreti ma la crescita economica. Questo vale però anche quando l’economia non cresce tanto quanto vorremmo. È proprio per questo che, mentre cerchiamo di riportare al lavoro tutti gli italiani che possiamo, abbiamo presentato una legge di Bilancio che si concentra sul sostenere il futuro dei lavoratori, che poi non è altro che la loro produttività.

 

Fonte: l’Unità

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