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Padoan: “Sul reddito di cittadinanza noi troppo timidi”
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«Mi spiace dirlo perché è un amico, ma Tria ha indebolito la sua reputazione con le ultime scelte». Pier Carlo Padoan conosce bene i meccanismi che governano i circoli europei e sa quanto valga la parola data per poter essere ascoltato a Bruxelles. Anche per questo, dopo le parole in libertà di vari esponenti di governo, lancia un appello a Salvini e Di Maio, affinché «dicano chiaramente che non esiste un piano B di uscita dall’euro».
 

Ma dica la verità, le sarebbe piaciuto fare una manovra che aumenta i fondi alla povertà e manda in pensione prima gli italiani?

 
«Cominciamo con le misure prese dal governo Gentiloni. Il nostro reddito di inclusione andrebbe rafforzato, con più risorse invece di questo pasticcio in cui non si capisce come possano usare i soldi ricevuti e chi fornisca i controlli. Secondo, investimenti pubblici su cui punta tutto il Def si basano su risorse in gran parte mobilizzate da noi, complessivamente quasi 80 miliardi. Ma c’è una cosa che non avrei fatto: la riforma della Fornero».
 

Non crede sia sostenibile?

 
«Due cose non vanno bene. Primo, l’idea che mandando in pensione prima un anziano automaticamente si crei un posto per un giovane. Laddove l’età pensionabile è più bassa non diminuisce la disoccupazione giovanile. Perché il mercato non è un gioco a somma zero, ma un meccanismo dinamico. E poi, la sostenibilità a lungo termine del sistema fortemente indebolita è un rischio aggiuntivo sulle generazioni future».
 

Loro hanno giocato tre assi, via la Fornero, flat tax e reddito di cittadinanza: voi neanche uno. Che proponete?

 
«Proponiamo altre cose. Un rafforzamento del Rei. Secondo, misure forti di sostegno alle famiglie, in varie forme, come l’aumento dei sostegni a favore di figli a carico. Con coperture che non implicano deficit elevati. Una misura cospicua fino a 9 miliardi. Poi detrazioni sugli affitti. Inoltre, una pensione di garanzia a disposizione dei giovani in avvio di carriera lavorativa. Infine, investimenti e taglio al cuneo fiscale per imprese di un punto annuo per quattro anni».
 

Cosa avrebbe fatto se Renzi le avesse chiesto di fare ciò che promise in un’intervista, una manovra al 2,9% di deficit per tre anni, se pure abbattendo il debito?

 
«Gli avrei spiegato che in quel modo non sarebbe sceso il debito. Un aumento del deficit si mangia quello della crescita e i tassi andrebbero su. Il meccanismo per questo governo sarebbe valso per il governo precedente. Ho avuto sempre momenti di discussione di questo genere».
 

Siete stati troppo timidi col Reddito di inclusione?

 
«Sicuramente troppo timidi e forse tardivi, perché abbiamo trovato un impatto della crisi molto più severo e duro di quanto poteva sembrare. Era però priorità del Paese mettere a posto i conti pur mantenendo una fase espansiva».
 

Lei che lo conosce bene, cosa ha consigliato in questi giorni a Tria?

 
«Con lui non parlo da quando è stato nominato per pieno rispetto e per evitare di interferire. Lo comprendo meglio di altri perché il suo mestiere l’ho fatto anche io. Purtroppo – e lo dico con rammarico – va preso atto che la sua elevata reputazione è stata fortemente indebolita dalle scelte successive».
 

Dovrebbe dimettersi?

 
«Ognuno prende le sue decisioni e mi rendo conto delle pressioni cui è sottoposto».
 

Tria dice di aver ereditato un deficit al 2% e non dello 0,8 e che lo scostamento è solo dello 0.4. Fa scaricabarile?

 
«Un po’ di scaricabarile c’è. Le clausole di salvaguardia Iva sono una costante di questi anni. Nel 2018 inoltre si scaricano le risorse eccezionali usate per gestire crisi bancarie che hanno prodotto uscite una tantum. È un rilievo che rinvio al mittente».
 

Che possibilità c’è di non farsi bocciare da mercati e agenzie di rating?

 
«Bella domanda. Le agenzie hanno dato segni di nervosismo. Mi auguro per il bene del Paese che non ci siano mutamenti del rating. Il rischio vero sarebbe un downgrade di una o più agenzie e a quel punto reagirebbero i mercati. Possiamo entrare in una situazione molto difficile da gestire».
 

Pensa che il governo non escluda l’Italexit?

 
«Vorrei chiedere a Salvini e Di Maio che si dichiarino in modo netto e irreversibile per l’euro. Lo devono dire loro che non esiste un Piano B».
 

I vertici europei avranno remore a bocciare misure contro la povertà in Italia per non far lievitare alle europee partiti sovranisti?

 
«Gli europei non me l’hanno detto, ma certo l’Europa negli anni passati ha fatto sbagli e non si è preoccupata in modo sufficiente del malcontento diffuso. Un tema sollevato da me molte volte ma non ho mai avuto risposte convincenti. L’Europa ha molte responsabilità».

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