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Damiano: “Mi candido alla segreteria per un programma di sinistra”
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La corsa alla segreteria del Partito Democratico si fa sempre più stringente e, per i LaburistiDem, è sceso in campo anche l’ex ministro del Lavoro, Cesare Damiano.

Perché questa scelta?

«Perché, per me, ciò che conta è il programma. Come LaburistiDem, il 6 ottobre scorso abbiamo presentato un programma di sinistra, antiliberista, che scommette sul ruolo innovatore dello Stato ed è molto attento alle questioni sociali. Si tratta di un programma che si fonda su una discontinuità di merito e di metodo e, affinché queste idee abbiano spazio sufficiente nel dibattito congressuale e nel futuro politico del Pd, ritengo sia necessario avanzare anche una candidatura».

Nessuno degli altri candidati porta istanze che coincidono con le sue? Lei era seduto in platea alla Piazza Grande di Nicola Zingaretti.

«C’ero perché ritengo si debba ascoltare e capire le proposte di tutti, per trovare le giuste convergenze in questa battaglia. Di Zingaretti ho molto apprezzato la teorizzazione sull’idea del partito del “noi”, in materia di Europa e sulle tematiche civili e di libertà, che si avvicina molto alla nostra elaborazione. Sui temi sociali, invece, bisogna ancora lavorare».

Non teme che primarie troppo affollate di candidati diluiscano qualsiasi approfondimento?

«Io penso che lo scontro congressuale, a un certo punto, si polarizzerà. Io sono disponibile a discutere di alleanze, ma le condizioni devono costruirsi sui contenuti. Noi Laburisti scommettiamo sullo Stato come stratega di sviluppo e regolatore del capitalismo; siamo favorevoli al superamento della legge Fornero, ma non in modo demagogico e contraddittorio come sta facendo l’attuale Governo e anche del Jobs Act, restituendo al giudice la possibilità di reintegra in caso di licenziamento illegittimo. In sintesi, noi dialogheremo con chi farà con noi un’analisi profonda: il Pd che vogliamo non può essere quello che toglie l’Imu sulla prima casa anche ai più ricchi che possono pagarla e quello che elimina l’articolo 18 senza credibili contropartite».

Chi è più vicino a questa visione?

«È chiaro che quello che sento più vicino alla mia impostazione è Nicola Zingaretti, ma il dialogo si costruisce sui temi e non sui nomi, a partire dalla condivisione di alcuni punti essenziali. L’orizzonte, ovviamente, è quello dell’unità interna del partito, come ci chiedono i nostri iscritti e militanti, ma non dell’unanimismo di facciata e privo di contenuti. Altrimenti siamo di fronte a un cambio di maggioranza e non a una discontinuità di programma».

A proposito di iscritti, lei è sempre stato molto critico nei confronti dell’attuale forma partito.

«La mitologia del partito liquido va definitivamente superata: io credo fermamente in un partito solido e radicato che restituisca la democrazia agli iscritti e un segretario a tempo pieno che si occupi della ricostruzione del Pd. La prima operazione da fare sarà cambiare lo Statuto, basato su un sistema che ormai è passato: non è più tempo nè di bipolarismo nè di vocazione maggioritaria. Come è noto, poi, non sono mai stato un appassionato delle primarie come metodo di risoluzione delle contese congressuali, giocate ai gazebo magari con file di elettori del centrodestra».

Basterà un congresso per ridare spinta alla sinistra?

«Io parto dall’analisi: la sinistra è in crisi in tutto il mondo e credo che le origini di questa crisi siano lontane, intorno alla fine degli anni Settanta. In questo quarantennio di liberismo, turbocapitalismo e globarlizzazione senza regole ci sono stati due fenomeni fondamentali che hanno messo in crisi idee e valori: l’iniqua distribuzione della ricchezza, che è evaporata dal basso verso l’alto e il blocco dell`ascensore sociale, a partire dal 1975. Lo dice l’Ocse: un bambino italiano che nasce oggi in una famiglia del 10% più povero della popolazione, per sperare in un significativo avanzamento sociale deve aspettare 5 generazioni. La mancata lettura di questi grandi fenomeni ha fatto apparire la sinistra come il partito della borghesia vincente e non del ceto medio impoverito e questo ha allontanato gli elettori di sinistra, che nel vuoto lasciato da noi hanno trovato un rifugio consolatorio nel populismo leghista».

E quindi che fare?

«In una parola: discontinuità, da praticare con una piattaforma politica precisa. Io ne sto proponendo una».

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