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Calenda: Va fatto un governo-ombra per marcare l’esecutivo grilloleghista
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«L’ultima Assemblea del Pd ha sancito la paralisi». Carlo Calenda, neo iscritto dem, lancia un appello: «Gentiloni faccia un passo avanti, non credo che più nessuno possa tenersi in disparte. Deve scendere in campo e dire che l’ora di ricreazione è finita. E ci sia subito a settembre un congresso costituente. Il Pd è in piena narcosi». Ma la proposta dell’ex ministro dello Sviluppo economico è doppia: rifondazione del centrosinistra e marcare stretto il governo grilloleghista con un governo-ombra. «Indegna la posizione di Di Maio sui funzionari da rimuovere», attacca.

Calenda, lei continua a fare proposte, ma nel Pd le lasciano cadere tutte?
«Ho proposto un manifesto per un fronte progressista, le risposte sono vaghe e difensive. Il problema è che c’è una forma di narcosi nel Pd: si litiga in pubblico però in privato si fanno gli accordi come è stato nell’ultima Assemblea e si va avanti con una opposizione stentata, che quasi non si avverte. E poi vanno dette le cose come sono: i Dem non hanno intenzione di fare il congresso, ma di posticiparlo all’infinito, persino oltre il 2019. A quel punto il Pd non ci sarà più».

Lei pensa a una leadership collegiale, con chi?
«Indico 20 persone da Minniti a Renzi, Pinotti, Bellanova, Finocchiaro, Delrio, Mancinelli e altri guidate da Gentiloni, con due obiettivi. Va fatto un governo-ombra per marcare l’esecutivo grilloleghista. E occorre avviare un processo rifondativo sul territorio per andare oltre il Pd e creare quel fronte che ho chiamato repubblicano, però, se non piace, si può definire progressista. Non una segreteria “tutti dentro” ma con una precisa linea politica che si presenta al congresso per il voto. Per questo non ho menzionato Franceschini e Orlando, che pure stimo molto, e Michele Emiliano, che non stimo, perché sono per una convergenza con i 5Stelle».

D’accordo il gruppo, ma poi ci vuole qualcuno che guida. Chi? Vorrebbe essere lei?
«No, Gentiloni è più credibile e popolare di me e di ogni altra figura del Pd. Ma intanto le forze dem che condividono la stessa direzione di marcia, vanno tenute insieme».

Sembra difficile. O perlomeno l’attacco di Renzi a Gentiloni, accusato con la sua “algida sobrietà” di avere contribuito a far perdere consensi al Pd, segna distanza non unità.
«L’algida sobrietà per me è signorilità, che mi pare l’Italia abbia apprezzato. Dopo di che, c’è bisogno dell’energia e dell’esperienza di Renzi ma a patto che non sia distruttiva e abbandoni la sindrome del bunker».

Zingaretti o l’avversario che i renziani vorrebbero contrapporgli Bonaccini, non le piacciono?
«Anzi. Li ho messi in questo sforzo collettivo, Due persone di grande qualità. Ma nessuno riesce a rimontare da solo».

Il centrosinistra discute di leadership collettiva o individuale, di rifondazione, e intanto siamo alla crisi istituzionale?
«Questo governo nasce su una crisi istituzionale e continua su quel crinale. Per non parlare del rischio gigantesco di crisi finanziaria, continuando a giocare con le frasi sull’uscita dall’euro, cambiando il posizionamento internazionale dell’Italia, alleandosi con chi vuole un’Italia marginalizzata in Europa sui migranti. È un governo di irresponsabili, il Pd ha il dovere di darsi una mossa. Non penso che Salvini debba dimettersi, ma che debba essere stretto da un’opposizione che ne riveli l’incapacità. Salvini sa fare le dirette Facebook, ma oltre quello non riesce ad andare. Sulla gestione interna dei migranti non ha mosso un dito, mentre sulla riduzione degli sbarchi vive sull’eredità di Minniti».

Di Maio, il suo successore al ministero, vuole cacciare i funzionari che sono d’accordo con il Ceta, l’accordo commerciale con il Canada.
«Una cosa indegna le epurazioni sulla base di quello che un funzionario pensa. Di Maio sappia che i funzionari italiani sono persone serie, eseguono quello che gli dice il ministro anche quando danneggia export e crescita. Si chiama senso dello Stato e del dovere, qualcosa che Di Maio non ha imparato».

Senta, ma sono molti ormai nel Pd che ritengono sia opportuno infilarsi nelle crepe tra grillini e leghisti. Non sarebbe una buona linea quella del confronto?
«Non lo credo, mi sembra politichese. Non puoi votare il decreto dignità se credi sia sbagliato, per ragioni di tattica politica. I 5Stelle hanno una idea di democrazia che non condividiamo e stanno mostrando a tutti i loro limiti».

Lei pensa a un fronte comune anche con gli scissionisti dem?
«Sì ad alcune, anzi a moltissime figure civiche e politiche come Pisapia, Giovannini, Bentivogli, la rete di Pizzarotti, Burioni. Però ritengo che non vadano incluse le persone che hanno avuto una storia pregiudizialmente conflittuale con i governi a guida Pd. Anche con quello di Gentiloni. I nostri elettori non capirebbero».

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