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Bonaccini “Basta con veti e rancori apriamo a chi ha lasciato il Pd”
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«Prodi va ascoltato: la partecipazione alle primarie deve essere forte. E il giorno dopo bisogna aprire a tutti, anche a chi ha lasciato il Pd. Non si può dire che il Paese è in pericolo e poi inchiodarsi a rancori e veti». Il presidente della Regione Emilia-Romagna Stefano Bonaccini, al fianco di Nicola Zingaretti dopo gli anni con Matteo Renzi, prova a tenere insieme la spinta «pacificatrice» del governatore del Lazio e quella innovatrice di Carlo Calenda, col suo manifesto per le Europee «che però non può escludere nessuno».
 

Presidente, la preoccupazione di Prodi è per le primarie. Serve una grande partecipazione per dar forza al nuovo segretario. Lei che affluenza s’aspetta?

 
«Le parole di Prodi sono importanti, perché è un segnale che arriva da chi il Pd lo ha fondato. Non faccio previsioni, ma spero che la partecipazione sia la più alta possibile. Primo, perché questo è un congresso rifondativo per il partito. E poi perché serve una reazione di popolo: è nell’interesse di tutti coloro che sono contro questo governo che ci sia un Pd forte. Non un Pd autosufficiente, anche se è impensabile una alternativa che prescinda dal Pd».
 

Pensa anche lei, come Prodi, che Zingaretti possa essere un «padre» per il Pd? Una sorta di pacificatore?

 
«Conosco bene Nicola e la sua qualità più importante è la capacità di unire. Ed è anche positivo che sia una persona lontana dal conflitto politico e dalla litigiosità interna degli ultimi anni di governo».
 

Lei però è stato con Renzi a lungo e ha deciso solo all’ultimo di appoggiare il governatore del Lazio. Cosa l’ha convinta? O cosa non la convinceva?

 
«Non rinnego la stima e l’amicizia con Matteo. Mi ha convinto, come dicevo, le doti di mediatore che riconosco a Nicola, unite a due fattori. Innanzitutto, Zingaretti mi pare il candidato più adatto a dare un segnale di cambiamento, a far capire che si apre una fase nuova, dopo la sconfitta del 4 marzo. In secondo luogo, è quello che può assicurare più di altri l’apertura a forze e sensibilità diverse, che sono contro il governo ma non si riconoscono nel Pd. Se poi non mi sono messo in questa battaglia come supporter è perché temevo, se l’avessi fatto, di lacerare ancora la nostra comunità».
 

Quando parla di aprire a sensibilità fuori dal Pd si riferisce a Leu? Anche Prodi ha detto di lasciarsi alle spalle «le diatribe, gli isterismi e le liste di proscrizione di questi anni».

 
«Non discuto di questo o quel dirigente, mi interessa ci si rivolga agli elettori. Bisogna ricostruire un terreno comune con chiunque non si rassegni al declino e alla deriva populista e sovranista. Non si possono indicare i pericoli che corre l’Italia e poi impantanarci nei veti contro chi è uscito. L’unità si fa sui contenuti, e se penso alla mia Regione, dico che io governo l’Emilia-Romagna da quattro anni con tutto il centrosinistra unito. E senza un giorno di crisi. Dopodiché il centrosinistra non va solo consolidato, ma anche allargato, ad esempio alle forze civiche».
 

Per le Europee lei ha sottoscritto il manifesto di Carlo Calenda, ma l’ex ministro ha escluso diventi una “ammucchiata” coi fuoriusciti dal Pd. Lei non è d’accordo?

 
«Io penso che alle Europee sarebbe utile qualcosa di largo e inclusivo. E penso anche che un manifesto debba rivolgersi a tutti coloro che possono riconoscersi nei suoi contenuti. In gioco c’è la tenuta del sistema comunitario, dove per la prima volta forze nazionaliste e antidemocratiche rischiano di prendere il sopravvento. La posta è questa e io credo che Calenda, che stimo, possa dare un grande contributo a un nuovo campo progressista».
 

Gli italiani però stanno diventando euroscettici. Come pensate di riaccendere la scintilla europeista?

 
«Con proposte nette e radicali, e con un nuovo progetto europeo. Sicuramente non riaccenderemo nulla se veniamo percepiti come difensori d’ufficio di politiche sbagliate o di istituzioni fragili».

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