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Guerini: “Paese paralizzato da due mesi, sciagurata l’ipotesi di elezioni a giugno”
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Onorevole Guerini, lei che è coordinatore della segreteria Pd, come giudica l’ultima sortita di Di Maio che sembra voler riaprire le trattative con la Lega di Salvini?

 
«Dimostra quello che abbiamo sempre detto in queste settimane: i M5S non distinguono fra Pd e Lega. Per dirla con una fortunata battuta di Cuperlo, Di Maio pare il Duca di Mantova del Rigoletto, quello della famosa frase “questa o quella per me pari sono”. A loro basta andare al governo. Ieri hanno buttato la palla nel campo del centrodestra cui spetta rispondere. Finora abbiamo assistito a due mesi di balletti infiniti da parte dei presunti vincitori che hanno paralizzato il Paese».
 

Nella sortita del leader M5S però c’è anche una spinta alle elezioni anticipate.

 
«Di Maio minaccia le elezioni con parole che ritengo gravi quando dice che l’esclusione dal governo dei M5S metterebbe a rischio la democrazia rappresentativa. Una posizione che somiglia molto a quella di voler poggiare una pistola sul tavolo».
 

Ritiene possibile svolgere elezioni politiche il 24 giugno o ai primi di luglio come ha detto Di Maio?

 
«Mi sembrano indicazioni a supporto della “strategia” della pistola sul tavolo. Io riterrei sciagurata l’ipotesi di elezioni in tempi così ravvicinati. E’ il momento in cui ciascuno si assume le proprie responsabilità».
 

In mancanza di sorprese, i prossimi colloqui che terrà il Capo dello Stato sembrano preludere ad un governo del presidente o istituzionale che dir si voglia. Voi che direte?

 
«Il Pd ha sempre detto fin dall’inizio delle consultazioni di essere pronto alla massima collaborazione con il Capo dello Stato. Vediamo quali saranno in concreto le prospettive che usciranno dalla consultazione. Ma il Pd è pronto a fare la sua parte».
 

Ma per fare cosa?

 
«Il tempo della propaganda è finito da un pezzo. Innanzitutto è interesse strategico dell’Italia partecipare con proposte concrete al dibattito in corso alla ridefinizione del baricentro dell’Unione Europea. Ma poi sul tappeto ci sono nodi da sciogliere importanti come, ad esempio, quello della tenuta dell’equilibrio dei conti pubblici con l’obiettivo di evitare l’aumento dell’Iva nel 2019. Sono questioni urgenti ed importanti alle quali bisogna dare una risposta».
 

In questo ipotetico programma ci potrebbe essere anche una nuova legge elettorale o addirittura una riforma istituzionale?

 
«Il tema dell’ammodernamento del nostro sistema istituzionale resta sul tappeto nonostante l’esito del referendum. Per affrontarlo servirebbe un clima diverso, un atteggiamento collaborativo fra le forze politiche che non vedo».
 

A proposito di clima collaborativo, come giudica la temperatura interna al Pd?

 
«Mi sono adoperato affinché la direzione non fosse un momento di resa dei conti. Per preparare la nostra risposta alle domande del Paese dobbiamo fare in modo che al dibattito sulle persone si sostituisca quello sulle idee».
 

Lei vede con favore una collaborazione fra Pd e M5s?

 
«I M5S a mio giudizio restano un agglomerato informe. Il punto di riferimento del Pd deve continuare ad essere, lo dico in sintesi, quello della costruzione di una società aperta. E a partire da questa consapevolezza noi dovremmo parlare ad una quota dell’elettorato M5S piuttosto che la suo gruppo dirigente».
 

Ultima domanda: a giugno vanno al voto quasi 800 Comuni fra i quali 20 capologhi. Che previsioni fa?

 
«La fase è difficile ma ce la giochiamo. Vantiamo una classe dirigente di livello e dunque dobbiamo avere coraggio e determinazione. Le amministrative sono diverse dalle politiche come dimostrano i risultati friulani che hanno riservato qualche amarezza ai M5S».

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