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Gentiloni: «Entro l’estate fondo da 1.500 miliardi. In Europa non avremo vincitori e vinti»
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Attenti a evitare che la crisi lasci vincitori e perdenti, l’Eurozona non potrebbe sopportarlo. È un chiaro monito quello che lancia Paolo Gentiloni: un’intesa sul Fondo di ripresa e i titoli comuni per finanziarli sono anche nell’interesse dei Paesi del Nord, Germania in testa.

Non senza però rassicurare che nessuno vuole il ritorno all’austerity o pensa a una “troika” per chi utilizzerà il Mes. A pochi giorni dalla videoconferenza di giovedì dei leader Ue, il commissario europeo all’Economia condivide le sue riflessioni in questa intervista ad Avvenire.

Partiamo dalle scuse all’Italia della presidente della Commissione Ursula von der Leyen.

«C’è stata una difficoltà iniziale – dice il commissario -, pensiamo che nei primi giorni ci sono stati addirittura divieti nazionali all’esportazione di materiale medico. C’è stato un deficit di solidarietà, ha fatto bene la presidente a scusarsi di questo ritardo. Un ritardo che però è stato recuperato».

Gli italiani però continuano a ritenere che l’Ue stia facendo troppo poco…

La domanda di un intervento ancora più forte da parte dell’Europa è più che legittima, anche se è un po’ curioso quando a chiedere molto all’Europa sono proprio coloro che nei diversi Paesi hanno fatto di tutto per indebolirla.

Detto questo, la crisi rappresenta per l’Ue un banco di prova ma anche un’occasione: riporta al centro dell’attenzione dei nostri concittadini il suo ruolo indispensabile. In questo senso, è doveroso da parte delle istituzioni europee fare ancora di più; ma anche spiegare quel che è stato fatto, che è moltissimo.

Perché l’Ue ha preso in un mese decisioni senza precedenti: ha sospeso il Patto di stabilità, cambiato le regole degli aiuti di Stato, reso disponibili decine di miliardi di fondi europei inutilizzati o destinati ad altro, consentendo così un’azione poderosa degli Stati membri, impensabile tre mesi fa. Pensiamo all’intervento della Bce, senza le cui decisioni oggi singoli Stati membri avrebbero potuto trovarsi in difficoltà ancora più serie.

E l’Eurogruppo ha deciso 540 miliardi di euro di interventi comuni su sanità, disoccupazione e sostegno alle piccole e medie imprese, rompendo un tabù. E cioè che la Bce fa la politica monetaria ma sulle politiche economiche e di bilancio ogni Paese fa per conto suo: sono state prese decisioni di spesa e di politica economica comune. E la strada che va percorsa per la prossima fase.

Macron ha avvertito che se giovedì non ci sarà un’intesa sul Fondo di ripresa si rischia la vittoria dei populisti, e la fine dell’Europa…

Condivido assolutamente l’idea del presidente francese che l’Ue sia di fronte a un bivio: rilanciare la forza e la vitalità del suo progetto politico o assistere al suo ridimensionamento. Il rilancio è possibile solo con scelte innovative, che anzitutto devono riguardare la messa in comune degli sforzi per un piano di rinascita e il suo finanziamento.

Il che non vuol dire la messa in comune del debito accumulato negli scorsi decenni, ma l’impegno a fronteggiare la crisi e a uscire con un’economia senza vincitori e perdenti. Questo non è interesse solo per Paesi come Italia, Spagna, Francia ma anche per la Germania e altri Paesi che basano la loro prosperità sulla prosperità dell’Ue.

C’è inoltre una sfida direi politico-culturale: l’Europa deve ritrovare in questa terribile congiuntura la sua missione globale. C’è bisogno di quello che papa Francesco, ricevendo i leader europei a Roma in occasione dei 60 anni dei Trattati, definì «un nuovo umanesimo europeo».

E mai come dopo questa pandemia, a fronte di crescenti tensioni geo-politiche, ci sarà bisogno di un’Europa campione del multilateralismo o, per dirla con Bernard Adam, di «una superpotenza tranquilla».

Insieme al collega Thierry Breton Lei ha esortato a un fondo di ripresa di 1.500 miliardi di euro.

Esatto. Capisco e condivido il frequente paragone con il Piano Marshall del 1947, a condizione però che abbiamo ben chiaro che non possiamo aspettare due anni: serve in questa primavera-estate del 2020.

Dovrà rispondere a un obiettivo duplice: il rilancio delle nostre economie e il mantenimento di un livello di competizione equilibrata, evitando il rischio di squilibri nel mercato unico ed eccessive differenze tra economie che l’Eurozona non potrebbe sopportare. Gli obiettivi sono salute, lavoro, difesa del sistema delle imprese, contrasto della povertà.

Come finanziarlo? Si parla ora di “recovery bond” invece che di “coronabond”…

L’Eurogruppo si è impegnato a lavorare per un Fondo che finanzi questo piano di rinascita. Andrà finanziato sui mercati, serviranno emissioni comuni di bond. La discussione è in quale contesto, con quale strumento: la via maestra può essere inserire questo Fondo nel quadro del bilancio comunitario. Ma con tempi stretti e dimensioni adeguate.

Teme la ripresa di una crisi finanziaria dopo la pandemia?

Non dimentichiamo che la crisi che abbiamo davanti è completamente diversa da quella di dieci anni fa, che investì le banche, il sistema finanziario, i debiti sovrani.

La crisi che stiamo vivendo è una crisi sanitaria con conseguenze senza precedenti nell’economia reale. Gli interventi delle banche centrali e della Bce sono oggi in grado di tenere stabile la situazione, nessuno rischia di essere travolto grazie a questa cornice europea. Accanto alla politica monetaria della Bce, però, come Draghi e Lagarde hanno chiesto da due anni a questa parte, serve una politica economica più coordinata e con strumenti comuni.

Parliamo della decisione dell’Eurogruppo, coni suoi tre pilastri: Sure (il sostegno alle casse integrazioni ndr), il piano da 240 miliardi di euro di investimenti della Bei e il fa- moso Mes…

Io penso che tutti e tre questi strumenti siano molto utili, ovviamente saranno gli Stati a decidere.

Dunque anche il Mes? Davvero sarà con condizionalità”ultra-light” e senza troika?

Stiamo parlando di linee di credito vantaggiose, specie per Paesi (come l’Italia, ndr) che non hanno la tripla A (il rating più elevato, ndr) sui mercati finanziari, e senza condizionalità: l’unica è che vengano utilizzate per spese sanitarie. Punto. Starà poi ai Paesi decidere se usarle, ma per favore non dipingiamo queste linee di credito come l’anticamera della troika.

C’è chi teme il ritorno del rigore dei conti a pandemia finita

Oggi siamo nella condizione piuttosto insolita di una Commissione e un commissario all’Economia che dicono ai Paesi: spendete, perché in questo quadro sarebbe irresponsabile per ciascuno dei 27 Stati membri, in particolare per quelli più colpiti dalla pandemia, non intervenire per cercare di attenuare l’impatto economico. Abbiamo bisogno di un patto di rinascita, delle regole del futuro parleremo quando la situazione sarà più chiara.

Perché questa crisi non avrà una conclusione brusca in un giorno X, non è come la firma di un trattato di pace che pone fine a una guerra. Ci sarà una lunga transizione dalla chiusura totale al vaccino. Quanto lunga, non può saperlo un commissario all’Economia e credo in questo momento nessuno lo sappia.

Quello che sappiamo è che le conseguenze economiche nel 2020 saranno molto serie. La Commissione pubblicherà le previsioni di primavera il 7 maggio, ma a noi sembrano realiste quelle del Fmi, che qualche giorno fa ha parlato per quest’anno di una recessione mondiale di 3%, e dell’Eurozona di 7,5%0. L’anno prossimo ci potrebbe essere un rimbalzo positivo, quanto positivo dipenderà molto dalle decisioni che prenderemo nelle prossime settimane.

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