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Faraone: “Una rivoluzione liberale al Sud”
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Davide Farone, al telefono, di domenica sera, ha la voce stanca. Il sottosegretario alla Salute, quando torna nella sua Sicilia si immerge nelle vicende, piuttosto complesse del centrosinistra che si avvia a una scadenza elettorale impegnativa, e lui non si tira indietro. Nei giorni scorsi ha aperto a Palermo una sede permanente per la Leopolda siciliana, chiamandola Cambiamenti, a cui ha invitato 100 esperti di vari settori docenti universitari, imprenditori, amministratori, magistrati per pensare il futuro dell’Isola. Faraone, palermitano, classe 1975, è un leopoldino antemarcia, uno che ha rotto sempre le uova nel paniere Pd, facendo il consigliere comunale senza l’appoggio del partito ma raccogliendo migliaia di preferenze. E anche in questi anni di governo di centrosinistra siciliano, non ha mai risparmiato a chi lo guida, Rosario Crocetta, una critica che fosse una.
 
Con lei Faraone, non si può non partire dal ritorno di Matteo Renzi. Perché lei era già alle Leopolda del 2011, quando non eravate davvero nessuno e il Pd contro-programmava riunioni per togliervi partecipanti.
 
«Per la verità io era anche a quella della 2010, quando c’era ancora Pippo Civati, pensi un po’».
 
Addirittura quella, che non era ancora tecnicamente la Leopolda renziana, si chiamava Prossima fermata, Italia. Ma, insomma, che le pare di questo ritorno del suo segretario a Rimini?
 
«Mi sembra sia stato molto positivo. E mi pare significativo che Renzi abbia ricominciato dagli amministratori locali. Sta dentro un percorso che lui ha intrapreso dopo la sconfitta al referendum, sulla scia dell’esperienza del governo nazionale, per arrivare alla prossima scadenza elettorale. Un percorso che riparte dai territori, con umiltà. Il passaggio giusto, direi».
 
È quello che ci vuole, specialmente nel suo Mezzogiorno, dove il 4 dicembre, col referendum, voi renziani, avete preso una bella botta?
 
«Guardi, se le posso dire, quello che è emerso nel Sud col referendum è un fenomeno non nuovo ma che dobbiamo interpretare».
 
Vale a dire?
 
«Vale a dire è stato il profilarsi del partito della conservazione».
 
Trasversale?
 
«Trasversalissimo, coi suoi punti di riferimento, coi suoi sindacalisti, i suoi rappresentanti politici, con la Pubblica amministrazione imperante, coi suoi precari forestali, col suo no perenne alle imprese, con la scusa che dietro si possa insediare la mafia».
 
Un partito con un corpo sociale, insomma.
 
«Come no? Che lo rende forte e radicato da anni. Invece non ha voce il partito dell’innovazione, quello dei giovani che provano a fare le start up, che tentano di fare impresa. Temi che non sono nell’agenda del Mezzogiorno attuale. Il Pd deve ripartire da questi, dar voce a questi».
 
Lavoro duro?
 
«Il problema è che quando destabilizzi il sistema della conservazione, trovi le schiere di quelli pronti a protestare. Mentre, molto spesso, quelli che del cambiamento avrebbero bisogno, non stanno in campo, per mancanza di motivazione, per sconforto. Tocca al Pd dar loro le gambe. Per questo, è importante che Renzi annunci di voler partire da lì, dai territori, da questa base sociale che non ha rappresentanza».
 
Eppure queste eran le riflessioni delle Leopolde.
 
«Infatti, il più grande errore di questi anni è stato non aver proseguito quelle battaglie ideali. Non siamo riusciti a far passare quel messaggio o a sostenerlo. E i modelli del passato si son ripresentati, trasversali e forti».
 
Uno che vuole ripartire dai territori è Massimo D’Alema. A Roma ha annunciato d’esser pronto a correre da solo. E nel Sud ha sempre avuto un suo consenso, ricordo, a fine 2012 un documento firmato da un centinaio di amministratori che lo volevano ricandidato.
 
«A me fa un certo effetto sapere che ci sono dirigenti del Pd, che pensano alle scissioni».
 
Perché?
 
«Perché, per anni, abbiamo patito la divisione, nel senso che eravamo minoranza della minoranza, ma non abbiamo mai, dico mai, pensato una scissione. Quando abbiamo perso le primarie, Se contrasti il sistema della conservazione, trovi subito contro coloro che vogliono tenere il sistema bloccato. Quelli che avrebbero tutto da guadagnare dell’innovazione si tengono invece i disparte. Sta al Pd da loro le gambe, partendo dal basso abbiamo costruito un’alternativa di idee, abbiamo vinto congresso, e Renzi è diventato segretario. Non ci ha mai neppure sfiorato l’idea di scappare col pallone, come i bambini che perdono».
 
Lei spera che D’Alema se ne vada?
 
«Io spero che D’Alema resti: se è in minoranza, faccia la minoranza. Si attrezzi per fare la maggioranza e vincere il congresso».
 
Non è facile chiederlo a uno, come lei, che ha una responsabilità di governo, ma è meglio votare quanto prima, con la legge che è uscita dalla Consulta, e quindi liquidare l’esecutivo, o aspettare la scadenza della legislatura?
 
«Il Pd vuol fare una riforma che conservi il carattere maggioritario della legge elettorale, avendo come modello il Mattarellum, ma di farlo in maniera chiara e trasparente. Se invece qualcuno vuol prendere la scusa del cambiare la legge per inscenare il solito giochino del non far nulla, beh allora andiamo a votare con quel che c’è e prima possibile».
 
Che cosa pensa, si voterà presto o no?
 
«A prescindere da quello che succederà nelle prossime settimane con la legge elettorale, in ogni caso, nel febbraio del prossimo anno, la legislatura scadrà».
 
Già, ma se si dovesse votare a giugno, si porrà il problema di interrompere l’esperienza di un governo a guida Pd. Lei crede che l’intesa forte fra Paolo Gentiloni e Renzi eviterà ogni problema?
 
«Non credo che ci saranno problemi. La legislatura era nata per fare le riforme ed era diventata la più prolifica della storia repubblicana recente».
 
Lei è passato dall’Istruzione alla Sanità. Potrebbe avere anche un anno di lavoro davanti, cosa sta facendo e cosa farà?
 
«Nella segreteria del Pd mi sono occupato a lungo di Welfare, con un impegno spesso a cavallo fra sociale e sanità. Poi sono andato all’istruzione, seguendo soprattutto l’inclusione scolastica, ma quelli della salute non sono, per me, temi nuovi. Avevo seguito la legge sull’autismo, quella sul «dopo di noi» (per garantire assistenza ai disabili rimasti senza familiari, ndr). Ora lo faccio da sottosegretario».
 
Renzi, a Rimini, ha rivendicato il fatto che una siringa, oggi, non possa più costare 10 volte tanto, da un’Asl all’altra.
 
«E ha fatto bene. Bisogna che da quella siringa ci allarghiamo sempre più verso una sanità uguale per tutti gli italiani. Oggi, il vero dramma è che ci sono differenze abissali da una regione all’altra. Anche se noi, con la riforma del Titolo V, volevamo proprio superare certe storture».
 
Già, ogni regione è sempre più padrona a casa sua. Come procederete?
 
«Con un’azione forte verso le regioni perché si arrivi a un riequilibrio sui pronti soccorsi, sulle liste d’attesa e nelle varie aree in cui il Servizio sanitario non è nazionale allo stesso modo per tutti. Non è democratico che un cittadino, per il solo fatto che nasca in Calabria o in Sicilia non riceva prestazioni che sono normali in Toscana, Emilia o Lombardia. Però sono ottimista, coi vaccini siamo partiti molto bene: arriveremo a una legge nazionale sull’obbligatorietà col consenso di tutti».
 
Faraone, veniamo alla sua Sicilia. Si dice che il M5s si prepari a governarla.
 
«Se riusciremo a fare l’operazione che le dicevo prima, ossia esser quelli che danno voce all’innovazione, quelli del Mezzogiorno non assistenziale, della costruzione di percorsi positivi, credo che il populismo e la demagogia non avranno spazio. Dipende da noi».
 
Che cosa deve fare il Pd?
 
«Mettere in campo una serie di azioni, perché la Sicilia prevalentemente amministrativa lasci un po’ il campo quella dell’impresa. Le risorse l’ha messo il governo con i Patti per il Sud, ma i soldi vanno usati meglio. Ci vuole una rivoluzione liberale, qui siamo al socialismo reale».
 
Parole da Leopolda prima maniera. Però voi vi trovate un Rosario Crocetta, che vuole ricandidarsi.
 
«Legittimo che lui pensi d’aver governato bene e di volersi ricandidare…».
 
…anche se lei non ha mai perso occasione per criticarlo…
 
«Infatti. Io credo invece che ci voglia un segnale forte di discontinuità ma il Pd, per fortuna, s’è dotato d’uno strumento come le primarie».
 
L’ho interrotta, poc’anzi, prima che mi rispondesse sul da farsi.
 
«Il governo ha fatto molto per la Sicilia. Ha dato risorse ma vincolandole all’eliminazione dei residui attivi. Ora saneremo 20mila precari della Pubblica amministrazione: la legge regionale, approvata, è al vaglio del consiglio dei ministri».
 
Assumendoli?
 
«Sì, ma rendendoli produttivi, con una ricollocazione complessiva. Basta musei chiusi e portinerie stracolme. Qui si assumeva per costruire il consenso e poi mancava il personale per i servizi che servivano alla Sicilia, dal turismo alla cultura».
 
Che ne è del renzismo in Sicilia?
 
«Mi ricordo quando queste idee avevano un solo rappresentante: il sottoscritto. Siamo cresciuti, ci siamo assunti responsabilità di governo, costruito percorsi con basi solide. Se c’era e c’è bisogno di rottamazione in Italia, nel Mezzogiorno e nella Sicilia ce n’era e ce n’è ancor di più».

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