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Comuni, Decaro: Possiamo investire 10 miliardi nel triennio, ma servono nuove regole sui ricorsi
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I Comuni hanno i soldi, ma non investono. Perché nel 2016 avete lasciato 3 miliardi in cassa?

«Perché sono risorse accantonate per legge nel fondo per i crediti di dubbia esigibilità», risponde Antonio Decaro, sindaco di Bari e presidente Anci, l’associazione dei Comuni italiani. «Soldi bloccati che non possiamo usare. Con l’unica eccezione, da quest’anno, per i sindaci in avanzo e nei limiti di questo. Se non hai avanzi non puoi toccare nulla. E comunque una volta usufruito di quel tot, stop. Non hai più risorse».
Presidente, basta questo per congelare le opere? Il Patto di stabilità interno non c’è più, le risorse sono arrivate, i disagi iniziali con il nuovo Codice degli appalti superati. Gli alibi sono finiti o no?
«Il Patto di stabilità è stato un gravissimo errore di politica economica. Fino al 2015 nessun Comune faceva investimenti per paura di bloccarli l’anno dopo. Una follia. A settembre non riuscivamo a pagare lo stato di avanzamento dei lavori e chiudevamo i cantieri. Molte aziende fallivano, bastavano 100 mila euro per saltare. Poi, anche grazie a una battaglia dell’Anci, le regole sono cambiate. E abbiamo avuto l’impennata di due anni fa dei fondi europei. Dopodiché la spesa è di nuovo crollata».
Per una carenza di progetti?
«Al contrario. Nel 2016 la cassa scendeva del 5%, ma gli impegni salivano del 7%. Noi le gare le abbiamo fatte. Nonostante 9 miliardi in meno di trasferimenti statali dal 2011 al 2015. Nonostante il turnover cieco che nel quinquennio ci ha sottratto 50mila dipendenti, il 13% in meno. Fino al 2017 siamo andati avanti sostituendo 2,5 persone ogni 10 che andavano in pensione. Oggi siamo a 7;5. Ma non basta. Se non ho ingegneri, architetti e geometri come li faccio i progetti? Devo appaltarli fuori, ma non posso spendere. E allora mi fermo».
La grande crisi sembra ora alle spalle. I tagli si allentano. Eppure c’è ancora stasi…
«Per forza. Lo dice anche il ministro Deirio: l’80% delle opere sono bloccate dai ricorsi. A Bari ho lavori fermi per un teatro perché non riesco ad aggiudicare la
gara. Sono stato fermo due anni per la bonifica dell’ex fabbrica della morte, la Fibronit, che produceva amianto e uccideva gli operai con l’asbestosi. Le imprese
fanno contenziosi anche sugli interventi ambientali urgenti, mettendo a rischio la salute di tutti. Ma quanto costa da un punto di vista sociale tenere chiuso un teatro? Quanti danni fa una bonifica rimandata?».
Come se ne esce?
«Abbiamo tre proposte da girare al governo. Primo: i lavori vanno avanti comunque, se l’azienda vince il ricorso viene ristorata dell’eventuale mancato utile. Secondo: disincentiviamo le liti temerarie, se l’impresa perde il ricorso non si può limitare a pagare le sole spese legali, ma deve risarcire anche il danno sociale. Terzo: se l’Anac dà parere negativo all’azienda arrivata seconda, questa non può più ricorrere a Tar e Consiglio di Stato. Tre interventi forti che potrebbero aiutarci a investire 10 miliardi nel triennio».
Come giudica il piano sperimentale del governo di finanziare i progetti in 700 Comuni?
«Complicato, nella forma attuale gestita da Cassa depositi. Occorre un fondo di rotazione che presti i soldi ai sindaci per fare i progetti. Una volta vinta la gara, i Comuni restituiscono i soldi allo Stato. Il ministro Delrio e il sottosegretario Lotti sarebbero d’accordo. Procediamo».

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