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Fondi europei, l’Italia è ad un momento di svolta – Andrea Cozzolino

L’Italia ha chiuso la programmazione 2007-2014 dei Fondi strutturali europei senza aver perso un euro. “Abbiamo imparato ad usare i fondi Ue”. L’intervista

Di Tommaso Cinquemani
@Tommaso5mani

 

I titoli dei giornali sulla incapacità dell’Italia di utilizzare i Fondi strutturali, i soldi cioè messi a disposizione dall’Europa per migliorare il tessuto economico e sociale delle zone più svantaggiate dell’Unione, sono spesso stati impietosi. L’Italia era considerata dagli italiani stessi e da molti partner europei come la pecora nera, incapace di utilizzare i fondi disponibili.

“Ma ora le cose stanno cambiando, l’Italia ha aperto una nuova stagione e stiamo dimostrando di saper programmare l’uso delle risorse europee e di saper spendere i fondi in maniera oculata”, spiega ad Affaritaliani.it Andrea Cozzolino, eurodeputato campano del Partito democratico e vicepresidente della Commissione Sviluppo regionale.

Cozzolino, quali sono i numeri dell’Italia in riferimento alla scorsa programmazione, quella 2007-2014?

“I dati definitivi pubblicati a marzo 2017 confermano che l’Italia non ha perso neppure un euro dei fondi che l’Europa aveva messo a disposizione. Siamo riusciti a spenderli tutti e anzi, siamo andati oltre, perché abbiamo impegnato ben il 103% delle risorse”.

Nessuna restituzione di fondi a Bruxelles dunque?

“Esattamente. Il governo, le Regioni e le amministrazioni locali hanno messo in campo uno sforzo enorme per presentare progetti finanziabili, redigere i bandi e avviare i lavori. Per l’Italia, e soprattutto per il Sud Italia, significano risorse investite nelle infrastrutture, nell’innovazione, nelle nuove tecnologie”.

Risorse spese in maniera corretta o no?

“Questo aspetto é in fase di valutazione, ma la percentuale di possibile errore nella rendicontazione é per l’80% dei progetti sotto lo 0,5% e per la restante parte sotto il 2%. Sono percentuali minime che pongono l’Italia a livello dei partner europei”.

E sulla nuova programmazione, quella 2017-2020, a che punto siamo?

“Siamo leggermente indietro a causa dell’enorme sforzo che é stato fatto per recuperare il tempo perduto con la precedente programmazione. Tuttavia siamo a buon punto e in linea con le performance di alcuni partner europei”.

Ci puó dare qualche numero?

“Se escludiamo Spagna, Portogallo, Grecia e Irlanda, cioè i Paesi sotto vigilanza europea che hanno regole meno stringenti nell’uso dei fonti strutturali, l’Italia si allinea a partner come Francia e Polonia. Siamo intorno al 9,5% nell’assorbimento delle risorse disponibili, poco al di sotto della Francia con il 10,14% e superati dalla Polonia, con il 13%, che però a livello europeo é il Paese che storicamente fa meglio”.

A livello di selezione dei progetti a che punto siamo?

“Per la prima volta l’Italia è al di sopra della media europea: siamo a una copertura del 32,5%, mentre la Polonia é al 22,7%. E’ un’ottima notizia”.

A cosa é imputabile questo cambio di passo dell’Italia?

“Prima di tutto ad una nuova coscienza politica che ha saputo coniugare le legittime aspirazioni dei territori con un controllo e un indirizzo nazionale. Oggi governo e amministrazioni locali lavorano assieme per identificare progetti concreti, scrivere bandi e sbloccare le risorse. Non ci sono più generici proposti, ma idee ben concrete su cui vengono stanziati i fondi e che il governo controlla da vicino per essere sicuro che tutto venga fatto secondo le norme”.

Anche l’opinione pubblica ha fatto la sua parte?

“Sicuramente il controllo dei cittadini é stato fonte di stimolo per le amministrazioni locali. Anche se vorrei che ora cambiasse questo sentire comune, spesso fomentato dai giornali, di una Italia incapace di spendere i fondi europei. Se questo era vero in passato oggi non é più così”.

Durante questa sessione plenaria il Parlamento europeo ha votato un provvedimento a favore delle popolazioni terremotate, di che cosa si tratta?

“Il Parlamento é riuscito a convincere il Consiglio, e quindi i governi, a concedere che il 5% delle risorse dei Fondi strutturali fosse destinabile alla ricostruzione post sisma. Inoltre ha votato che il cofinanziamento nazionale (i soldi che lo Stato deve mettere di tasca propria, ndr) fosse limitato al 5%”.

Di quanti soldi stiamo parlando?

“Circa 1,2 miliardi disponibili per la ricostruzione. Roma dovrà investire solo 60 milioni, invece dei 600 che avrebbe dovuto trovare con le vecchie regole”.

Ci sono altre novità?

“Guardando alla programmazione dopo il 2020 il Parlamento ha chiesto che fosse possibile spendere i fondi europei anche per quegli Stati che deviano dal Patto di stabilità. Troviamo irragionevole che uno Stato che si trova in difficoltà economica non possa utilizzare i fondi strutturali”.

Fonte: Affari Italiani

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